«NINETEENEIGHTIES - Grant-Lee Phillips» la recensione di Rockol

Grant-Lee Phillips - NINETEENEIGHTIES - la recensione

Recensione del 14 set 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Gli anni ’80. Amati e odiati, spesso sopravvalutati nei revival che da tempo li mitizzano. Pochi dischi come questo, però ci spiegano come quel periodo sia davvero un serbatoio di grande musica e di grandi canzoni, al di là di ogni nostalgia.
L’autore di questo lavoro è musicalmente un figlio degli anni ’90: qualcuno si ricorderà Grant Lee Philips come leader dei Grant Lee Buffalo, autori di un rock a metà tra il folk e Neil Young elettrico proprio in quel periodo. Da solista, Phillips ha seguito strade diverse, unendo il cantautorato all’elettronica (“Mobilize”) o tornando al folk-rock (l’ultima prova di inediti, “Virgina creeper" di due anni fa). “Nineteeeneighteis” è un disco di cover, come lascia supporre il titolo e l’attacco di questa recensione. Ma che cover: Phillips, come chi scrive, in quel periodo era un ragazzino che si appassionava alla musica, ed è andato a scegliere un campionario di capolavori che non possono non far venire un tuffo al cuore di ogni 30-40enne. Per gli altri, basti sapere che le canzoni sono davvero tra le migliori del rock di quel periodo, e che sono state rivisiate con originalità e personalità, pur essendo riconoscibilissime. Il repertorio parte con i Pixies, prosegue con un 1-2 di New Order e Joy Division, va avanti con Echo & The Bunnymen, Church, Nick Cave, R.E.M, Cure, Smiths. Il tutto riletto in chiave cantautorale e acustica. E qui arrivano le soprese, non tanto sui nomi che questi suoni li hanno già percorsi (la versione di “So. Central rain” dei R.E.M;, assomiglia molto a “Drive”, cosi come “Under the milky way” dei Church è stata spesso eseguita in una versione simile), ma sui gruppi provenienti dalla new wave, e dediti ad elettricità ed elettronica. Bellissima la versione di “The eternal” dei Joy Division, che diventa una ballata meno cupa ma sempre straziante, o “Boys don’t cry”, che conserva la gioiosità dell’originale pur essendo suonata con chitarre acustiche.
Insomma, “Nineteeneighties” è una bella operazione, non il solito disco di cover che negli ultimi anni tanto è andato di moda; ecco il segreto: un bel repertorio, e una bella idea per riscoprirlo. Grant Lee Phillips c’è riuscito in pieno.

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