«ROGUE'S GALLERY: PIRATE BALLADS, SEA SONGS & CHANTEYS - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - ROGUE'S GALLERY: PIRATE BALLADS, SEA SONGS & CHANTEYS - la recensione

Recensione del 12 set 2006

La recensione

“Ballate piratesche, canzoni di mare e canti di marinai”, spiega il sottotitolo di questo doppio album nato da un’idea di Gore Verbinski e Johnny Depp, rispettivamente regista e attore protagonista della fortunatissima saga cinematografica dei “Pirati dei Caraibi”. Non una colonna sonora, piuttosto un viaggio parallelo su un oceano tempestoso, tra corde di chitarra e di violino che cigolano come legni e funi di una vecchia imbarcazione, voci d’angelo e canzonacce, rum e sesso mercenario, nostalgie di casa e ribalderie, miserie e nobiltà: l’eterna commedia umana proiettata sullo sfondo di un orizzonte blu, immenso e ostile. Onore al demiurgo Hal Willner, quello dei tributi disneyani e a Mingus, a Rota e a Edgar Allan Poe, a cui la coppia Verbinski-Depp ha avuto l’accortezza di affidare il comando del vascello. Un visionario e un organizzatore, uno che sa scegliere le sue ciurme e far lavorare tutto l’equipaggio in funzione dell’obiettivo finale, che siano mozzi o ufficiali non importa. Chi altri riuscirebbe oggi a tirar fuori altrettanta freschezza da un Bono e da uno Sting, rock star appesantite da troppi onori e glorie, riportandoli all’innocenza primitiva di canzoni che hanno probabilmente orecchiato fin da quando portavano i pantaloni corti? Entrambi cantano qui con un puntiglio e una dedizione che quasi li rende irriconoscibili: il vocalist degli U2 impegnato in una polifonia vocale che fa venire in mente addirittura il David Crosby di “If I could only remember my name”, Gordon Sumner asciutto e lineare nel responsorio di “Blood red roses” e in una “Shallow brown” tinta di gospel. Come gli altri, numerosi colleghi arruolati da Depp & co., navigano in acque poco frequentate eppure in qualche modo familiari: per i discendenti di Orazio Nelson e del Mayflower, del resto, i sea chanteys sono come “Bella ciao”, le canzoni degli alpini o i classici napoletani per un italiano…
A bordo sono in tanti, padri accanto ai figli: i Wainwright, i Thompson, i Carthy…Rufus e mamma cantano con l’intimità di una delle loro periodiche riunioni domestiche, papà Loudon con la dolce sicurezza di un lupo di mare navigato. Richard Thompson firma con una chitarra elettrica che evoca una cornamusa una ballata folk rock ariosa e corale (“Mingulay boat song”), mentre il secondogenito Teddy si dimostra fin troppo timido ed educato nella sua “Sally Brown”. Martin Carthy, l’eminenza grigia del folk revival inglese, sguazza nel suo habitat naturale e la figlia Eliza, violinista col pepe sulla coda, movimenta con ritmi in levare la sua “Rolling sea”: molto brava. Poi ci sono i neotradizionalisti: i barbuti Akron/Family arrangiano con gusto sottile la loro “One spring morning”, mentre suonano soavi ma evanescenti Jolie Holland e i White Magic di Mira Billotte. E i “maledetti”: Nick Cave e Lou Reed fanno la loro parte, e chi l’avrebbe dubitato? L’australiano trascina letteralmente negli inferi il coro corsaro di “Fire down below”, mentre l’uomo di New York trasfigura “Leave her Johnny” in una strana litania da messa laica. Joseph Arthur insegue la scia di entrambi, mentre David Thomas si conferma guastatore sonoro doc nella cacofonia alcolica di “What do we do with a drunken sailor”. E Jarvis Cocker non ce la fa proprio a starsene lontano dal rock’n’roll, strizzando le ultime gocce del sangue di Nelson contro un muro di feedback. Molti, date le origini del progetto, i nordamericani: Lucinda Williams gratta con voce aspra e sensuale la melodia malinconica di “Bonnie Portmore”, la rediviva canadese Mary Margaret O’Hara miagola con timbro simil operistico su “The cry of man”, Van Dyke Parks orchestra con eleganza “Green whale fisheries” e Stan Ridgway rinuncia per una volta all’elettronica ma non al timbro nasale della voce. C’è anche Bob Neuwirth, vecchio sodale di Dylan, che con “Haul on the bowline” non rischia troppo, mentre Mark Anthony Thompson alias Chocolate Genius ripete le belle gesta al fianco di Springsteen nelle recenti “Seeger sessions”. Tra i jazzofili, Robin Holcomb evoca il canto maliardo di Marianne Faithfull mentre Bill Frisell distilla note sparse e contemplative su “Spanish ladies”. Significativa anche la rappresentanza d’Irlanda: Andrea, una delle graziose sorelline Corrs, fa poca schiuma al contrario di Gavin Friday, che con una “Baltimore whores” cruda, dark e avvincente sfodera una delle perle della collezione. Una bella sorpresa, così come l’attore John C. Reilly (“Boogie nights”, “Magnolia”, “The hours”…), chicagoano di nascita ma irlandese di padre che tra gighe e ballate sembra a suo agio come un folk singer professionista. E come Bryan Ferry che, da solo o in coppia con l’androgino Antony, dimostra di saper indossare con eleganza anche stracci da marinaio, al posto degli abituali abiti da dandy. Ah, occhio a Baby Gramps, chitarrone National Steel e voce che qualcuno descrive a metà tra un bluesman del Delta, Captain Beefheart e Braccio di Ferro. Davvero un bel tipo (vale la pena di dare un’occhiata al suo sito Internet: www.babygramps.com): la sua “Cape Cod girls”, subito all’inizio, è uno shock, con le corde vocali che vibrano come quelle di un monaco buddista o l’ancia di un didgeridoo australiano. Non manca la celebre “Shenandoah”, recentemente incisa da Springsteen, Dave Alvin e Richard Thompson, qui ripresa in versione strumentale dagli Jack Shit, nome bizzarro sotto il quale si celano due Attractions, Pete Thomas e Davey Faragher, e il chitarrista Val MacCallum (è figlio dell’attore David: il biondino della mitica serie televisiva anni ’60 “The man from U.N.C.L.E., per chi se la ricorda); una rappresentanza dei Virgin Prunes, Three Pruned Men, ci ricorda infine in “Bully in the alley” chi siano i veri antenati dei punk e di Shane McGowan: i pirati, appunto. Piatto troppo ricco e indigesto? Forse, considerando che il programma è monotematico e dura complessivamente 157 minuti abbondanti. Ma come dice l’ineffabile Willner, questo è appunto un concept album ed è “come farsi un pasto completo, e anche se il piatto di verdure non ti piace lo mangi perché ti fa bene”. Sana regola alimentare, io la sottoscrivo in pieno.
(Alfredo Marziano)
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