«ONE MILLION BROKEN GUITARS - Popa Chubby» la recensione di Rockol

Popa Chubby - ONE MILLION BROKEN GUITARS - la recensione

Recensione del 01 gen 1998

La recensione

Quest’uomo pesa circa una tonnellata e suona almeno trecento concerti dal vivo all’anno. Viaggia incessantemente attraverso gli Stati Uniti e l’Europa e, sottratte le ore necessarie per mangiare, dormire etc., gli rimane giusto il tempo sufficiente per sedersi nel "basement" della sua casa di Brooklyn, suonare la sua Fender e incidere un pugno di grandi canzoni rock. Poi di nuovo on the road. Nei pertugi di questa routine infernale anche per un atleta, Popa Chubby ha trovato il modo ed il tempo di produrre un disco entusiasmante come "One million broken guitars", undici pezzi (più una vecchia bonus track) di roots music di qualità come non se ne ascoltava dai giorni d’oro dei Blasters e dei Fabulous Thunderbirds. Anche perché Ted Horowitiz (questo il vero nome dell’artista), per sua stessa ammissione, ha un’ambizione chiara: riuscire a scrivere la perfetta pop song da tre minuti, con dentro un assolo degno di Jimi Hendrix. Mmhh...Dopo avere aperto l’album con la rivisitazione di un classico del rhythm and blues come "Nobody knows you when you’re down and out", il grande Popa parte in quarta con una serie di rocker che, ascoltati in un bar, devono dare i brividi anche al lounge lizard più navigato di Chicago: tra tutte, scegliamo "What’s your point" e "Dance the night away", rese incandescenti da una serie di assoli da manuale supportati da una sezione ritmica assolutamente al servizio delle sei corde. L’atmosfera si fa largo con "Laya what ya tryin to do" e "It all turns gold", decisamente più raffinate e melodiche, capaci di mettere in mostra il talento vocale di un narratore che è un crooner a trecento all’ora. E, ascoltando "Real thing", "Protected" e "Naughty little people", viene da pensare che quelle date che in apertura di carriera lo vedevano supporter di James Brown in tour, devono avere lasciato il segno in Popa Chubby: la lezione del funk emerge prepotentemente in tutta la sua importanza e, se a tratti sembrava di ascoltare il compianto Stevie Ray Vaughan, con questi brani è come se la scena fosse all’improvviso lasciata al fratello Jimmy, anima dei T Birds e "re" del backbeat alla chitarra. I testi? Irrilevanti per definizione, perfetti - loro malgrado - nel loro minimalismo, ostentatamente quotidiani e "da strada" e, talvolta, esilaranti ("What’s your problem?"). L’album suona perfettamente "live" e cattura al meglio l’energia di centinaia di date sudate sui palchi di mezzo mondo; la produzione pare studiata apposta per essere trasparente; spontaneità è la parola d’ordine. Cuore del Bronx, humour di Brooklyn, "One million broken guitars" scorre che è un piacere. E, spontanea ed irrefrenabile, sorge una domanda: perché l’amato ciccione ha dovuto migrare da New York alla Francia per trovare uno straccio di contratto presso un’etichetta indipendente che lo salvasse dal pericolo dell’oblio? Ascoltando questo grande CD, non si riesce a trovare una risposta convincente.

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