«3121 - Prince» la recensione di Rockol

Prince - 3121 - la recensione

Recensione del 21 feb 2006

La recensione

Il piccolo grande uomo di Minneapolis ama giocare con i numeri, confondere le acque, mettere i bastoni tra le ruote della macchina mediatica. Un tempo con i continui cambi di nome e quel famoso “symbol” che gettò nel panico compilatori di classifiche e recensori della carta stampata, oggi inventandosi il giro del mondo di un unico CD promozionale e la beffa della scaletta negata ai giornalisti perché tanto “la musica parla da sola”. Al cronista non resta altro che buttar giù a caldo le prime impressioni sulla base di un unico ascolto, consumato tra un assaggio di pasticcini, un bicchiere di vino bianco e scambi di opinioni coi colleghi radunati in un hotel milanese stilosamente kitsch a due passi dal Duomo (sempre meglio che lavorare in miniera, sicuro. Ma non le condizioni ideali per scrivere una recensione meditata e approfondita). Comunque: esultino pure i fan della prima ora, perché il languido latin pop di “Te amo corazon”, che ha anticipato di parecchio la pubblicazione dell’album (nei negozi dal 17 marzo prossimo), non ne rappresenta affatto il cuore musicale, il nocciolo duro e puro. Il Prince di “3121” (e già si sprecano le interpretazioni, cabalistiche e non, sul significato del titolo) si è infatti rimesso a sventolare con orgoglio la bandiera del funk, ammiccando ai tempi lontani di “I wanna be your lover” e di “1999” (tanto per restare in tema di numeri), o a quel “Black album” entrato nel mito dopo essere rimasto a lungo nascosto nell’armadio di casa. La title track d’apertura (se c’è da fare affidamento sulle tracklist “bootleg” che circolano su Internet) apre le danze – letteralmente, perché di musica da dancefloor principalmente si tratta – con corollario di sonorità distorte, aggrovigliate e moderniste che fanno pensare a Beck. Ma è un altro falso allarme, o quasi: il resto, dal secondo brano (“Lolita”?) in poi, è un cocktail shakerato in dosi variabili tra “old school” e nu soul, James Brown e Al Green, con molta elettronica, suoni techno-sintetici e poca chitarra. Il secondo singolo, “Black sweat”, ha un ritmo strappato che lo renderà abbastanza ostico alle radio più conservatrici, e in tutta la sua prima parte il disco si adagia su scansioni midtempo scorrevoli ma anche un po’ monotone. Siccome la classe non è acqua, a metà strada il signor Nelson piazza una soul ballad come Dio comanda (“Satisfied”?), in odor di Stax ed anche di Motown, lo storico marchio presso cui l’artista errante ha trovato ultimamente approdo; e subito dopo il primo bel solo di chitarra elettrica in un pezzo (“Fury”?) che spinge una tantum sul pedale del rock. Zigzagando qua e là, la seconda parte del cd include un azzeccato ma certo non inedito abbinamento tra chitarra acustica e beat elettronici (“The word”?), una strana, congestionata minisuite in miniatura con pianoforte, tromba swing e arrangiamento nu soul (“The dance”?) e, in chiusura, una ruggente “Get on the boat” che sembra rubata al Padrino del Soul in persona, prima di chiudere inaspettatamente su un break di percussioni. Alla fine l’episodio che convince meno è quella “Beautiful, loved & blessed” affidata alla voce sexy della sua nuova musa, quella Tamar a cui il Nostro ha prodotto un album annunciato per i mesi primaverili (il pezzo, accoppiato a “Black sweat”, fa parte anche di un singolo già in vendita in download nei maggiori negozi digitali). Meglio, allora, i sapori antichi che emanano spesso e volentieri da un disco secco e senza fronzoli, nudo e crudo, lontano dalle eleganti divagazioni jazz di “The rainbow children” e privo delle guest star di “Rave un2 the joy fantastic”. Forse, dopo il successo di “Musicology”, Prince ha pensato che era il caso di tornare a far musica per le masse. Ogni tanto dà l’impressione di aver dato fondo ai suoi archivi storici, notoriamente più profondi delle tasche di Eta Beta, e pazienza se stavolta ha deciso di celebrare soprattutto il proprio revival.

(Alfredo Marziano)
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