«HELLEQUIN SONG - Cesare Basile» la recensione di Rockol

Cesare Basile - HELLEQUIN SONG - la recensione

Recensione del 17 feb 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ecco uno di quei dischi che, se non fossero per il nome dell’autore e per la lingua italiana in cui è cantato (non tutto, per la verità), potrebbero essere tranquillamente scambiati per un prodotto internazionale.
Di “Hellequin song”, quinto lavoro del catanese Cesare Basile, è internazionale sia il background musical/culturale, che il livello di produzione. E’ un disco che fa riferimento a generi precisi, quelli del rock “noir” e del cantautorato alternativo (quello che in america chiamano più elegantemente “alt.country”); un genere che in italia non si frequenta molto, per la verità. Insomma, il rock scuro di Nick Cave, che di Basile è chiaramente nume tutelare nelle atmosfere letterarie e nei suoni, filtrato con i Wilco. Ne sono testimonianza la title track o il rock di “Fratello gentile”, bellissimo primo singolo estratto dal disco. In diversi momenti, Basile vira la vena noir in blues cantati in inglese, contemporaneamente “bastardi” e sporchi nell’ispirazione e puliti nei suoni, come “Odd man blues”. Il campo di azione di Basile, per certi versi, è lo stesso di un altro bel disco pubblicato dalla Mescal negli ultimi mesi, quel “Once upon a little time” di John Parish, che non a caso è anche produttore di questo album, che conta anche un’importante lista di apparizioni, tra cui Hugo Race (già nei Bad Seeds di Nick Cave), Manuel Agnelli, Roberta Castoldi (violoncello), Jean Marc Butty (P.J.Harvey, Venus, John Parish), Stef Kamil Carlens (dEUS, Zita Swoon).
Un disco internazionale, dicevamo, se non fosse che è cantato in italiano in 9 canzoni su 14. Forse questo alternarsi di lingue (e anche un po’ di stili) è uno dei limiti di “Hallequin song”, il cui altro difetto è la cupezza di fondo: le storie che racconta Basile sono di disperazione assoluta, e un po’ di leggerezza qua e là – come ha già notato un altro recensore – non avrebbe fatto male, anzi. Ma si tratta di un’opinione personale di chi scrive: questa è la chiave narrativa scelta da Basile, e in questo ha certamente una sua apprezzabile coerenza.
Detto questo, “Hallequin song” è un disco che forse, proprio per questi motivi, non si può dire “piacevole”. E’ un disco bello, questo sì, e anche affascinante: “Hellequin song” dimostra una gran capacità di scrittura, e una gran capacità di interpretazione di canzoni dai temi non facili, ma forse proprio per questo per certi versi anche più gratificanti.

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