«LA MALAVITA - Baustelle» la recensione di Rockol

Baustelle - LA MALAVITA - la recensione

Recensione del 01 dic 2005 a cura di Davide Poliani

La recensione

Un album concettuale, più che un concept album. Un ritratto - senza età - tutto italiano dipinto su un pentagramma, raccontato quasi fosse una crime story anni Settanta illustrata. Eppure, a dispetto dei riferimenti letterari (da Parmenide a Conrad, passando per Dante e Marco Lodoli), delle citazioni musicali (e non) e della raffinatezza di certe soluzioni, dotato di una capacità di arrivare senza problemi al cuore, passando dalle orecchie, che - da queste parti - in pochissimi hanno.
Ma non fategliene un merito: i Baustelle, dopotutto, sono sempre stati così. Una coerente "band apart", che ha conosciuto defezioni, ma che ha dimostrato di essere sempre pronta a difendere la propria "linea", la propria sensibilità e la propria scrittura senza mezzi termini, "a mano armata". La compagine di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi ci prende per mano e ci accompagna in quell'Italia che ormai tutti facciamo finta di non conoscere ma che - più o meno segretamente - amiamo o abbiamo amato: quella di provincia, dei bar, della Milano che non c'è più, dei pazzi del paese. E, impietosamente, anche in quella che oggi non possiamo far finta di non conoscere, fatta di starlette e reality, ossessionata dall'arrivare (Dove? Sono in pochi a saperlo...) con una camicia di marca e dei jeans con una grossa scritta sulle chiappe. Il tutto, però, con una grazia rara, preziosa, dove alle affabulazioni prodotte dalle voci di Francesco e Rachele fanno eco stratificazioni sonore alla Phil Spector, reminiscenze anni Sessanta e tutto il bagaglio che il collettivo toscano (con "avanposto" a Milano), in questi anni, è stato capace di elaborare con la propria personalità, sempre al di sopra delle mode anche quando l'essere fuori moda è diventato à la page. E' un disco importante, "La malavita": importante perché bello, perché pensato, perché semplice, diretto, eppure dalle mille sfumature, come tutti i dischi "di leggera" dovrebbero essere. Un disco di un gruppo che potrebbe normalmente essere in Tv, o alla radio, o alle kermesse canore, o - più semplicemente - nelle orecchie di tutti, come una volta succedeva a chi cantava belle canzoni. Se, "normalmente", l'antidoto di oggi ad un futuro anonimo non fosse "la scritta Calvin Klein / tatuata sugli slip".

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