«BLACK ACETATE - John Cale» la recensione di Rockol

John Cale - BLACK ACETATE - la recensione

Recensione del 15 nov 2005

La recensione

Tra colonne sonore, musiche per balletti e altri lavori su commissione John Cale trova ancora il tempo, ogni tanto, per infilare in agenda qualche disco “pop” (termine, nel suo caso, da maneggiare con cura). A 63 anni suonati il passo si è fatto comprensibilmente più lento, anche se il nuovo contratto con la EMI lo ha evidentemente pungolato e spinto a rimboccarsi le maniche: sette anni erano trascorsi tra “Walking on locusts” e “Hobo sapiens”, due appena tra quel disco, il primo per la major inglese, e questo nuovo CD. Acuto e svelto di mente lo è sempre stato, il vecchio alter ego di Lou Reed, e una cosa è chiara: non ha nessuna voglia di accomodarsi nel salotto, oggi remunerativo assai, dell’ “adult contemporary”, sprofondato in qualche comoda poltrona a intorpidirsi il cervello. Al contrario, cerca ancora la manovra di disturbo e la provocazione avant garde, si circonda di collaboratori molto più giovani di lui, si fa ispirare volentieri dall’alternative rock e dall’hip hop contemporaneo. Spiazzare e stuzzicare l’ascoltatore, si direbbe, gli procura sempre un discreto piacere. A cominciare dal titolo di questo album: “Black acetate” (la materia plastica di cui erano fatte le vecchie “lacche” in vinile) farebbe pensare a suoni rétro e nostalgicamente analogici; vero solo in parte, perché se il richiamo ai dischi anni ’70 “periodo Island” è innegabile, qui il suono è curatissimo, moderno, nitido, chirurgicamente sezionato in ogni sua componente. Rispetto al citato “Hobo sapiens” c’è continuità ma anche differenza, meno elettronica e più elettricità, meno ProTools e più chitarre, meno “ambiente” e più melodia. Con una discreta dose di humour e di citazioni ironiche, anche: l’iniziale “Outta the bag” scimmiotta con divertimento i Roxy Music e i T.Rex dell’era glam tra una vocina in falsetto e un simil-sax ruggente. Ma Cale resta un intellettuale, lucido e un filo gelido anche quando, come nella seconda parte di “Black acetate”, scarica negli amplificatori vintage un suono degno degli Stooges e dei Modern Lovers, tanto per citare due dei gruppi che prese per mano ad inizio carriera. “Perfect”, il primo singolo, abbassa il minimo comun denominatore a quello del rock&roll primordiale, tra Detroit e la Grande Mela appena prima del CBGB’s; “Turn the lights on” è un minaccioso temporale elettrico con le chitarre brandite a mo’ di clava e “Sold-motel”, riff pesante e coretti viziosi, ha un alone “black” e voodoo che – non fosse per quel nevrotico break di chitarre, molto newyorkese - fa venire in mente gli X della Los Angeles primi anni ’80. C’è parecchia musica nera, anche, filtrata dalla sensibilità bianca e razionale di mr. Cale. “For a ride”, per esempio, è un rock blues apocalittico che sarebbe potuto piacere a Jim Morrison, qualche vapore sulfureo del Delta sale dalle paludi electro-rap di “Brotherman” e il Mississippi è esplicitamente evocato tra le onde di “In a flood”, ballata ipnotica del bayou tra banjo e chitarra slide (pre o post Katrina? Chissà). Il funk è vissuto con le stesse contraddizioni nevrotiche di un David Byrne, e per una “Hush” che rilegge la lezione minimalista di Sly Stone e di Prince c’è una “Woman” in cui le insistenti pulsazioni elettroniche sono contrapposte a un refrain hard rock e a un ritornello decisamente cantabile. Non tutta roba che si assimila al primo ascolto ma Cale, da sempre, è anche un elegante scrittore di ballate: e così ecco “Satisfied” con la leggendaria viola e una voce che ricorda molto quella di Paul Buchanan dei Blue Nile, mentre “Wasteland” (archi, chitarre acustiche e armonica) e la meravigliosa “Gravel drive” arpeggiano rarefatte ad alta quota, con quell’incedere da inno laico che è tipico del gallese trapiantato negli Usa. Resta da dire di “Mailman”, interferita da canti tribali e onde elettroniche circolari, e le abbiamo citate tutte e tredici, le canzoni di questo disco: quasi obbligatorio, perché a ciascuna – udite, udite - corrisponde almeno un’idea, un suono, uno spunto. Magari non è di quelli che ti scaldano il cuore in una fredda serata invernale, mr. Cale, ma sa come tenere desta l’attenzione. E stavolta ha ritrovato la formula giusta, il punto di equilibrio tra alto e basso, ricerca e divertimento.

(Alfredo Marziano)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.