«UNA VITA NUOVA - Fabrizio Coppola» la recensione di Rockol

Fabrizio Coppola - UNA VITA NUOVA - la recensione

Recensione del 16 nov 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Springsteen è lento, Lou Reed è rock. Perdonatemi, vi prego, per avere iniziato questa recensione usando l’abusata dicotomia introdotta a mo’ di tormentone da Adriano Celentano negli ultimi tempi. E spero mi perdoni anche l’autore di questo bel disco, Fabrizio Coppola, per avere iniziato a parlare di lui con un termine di paragone che in Italia ha decretato la fine di molti rocker: Bruce Springsteen. Eppure proprio Coppola ha spiegato a Rockol (vedi news) che, per chi fa rock indipendente, accreditare Springsteen come fonte equivale a passare per sfigato (“lento”) mentre Lou Reed è un figo pazzesco (“rock”).
Già, nella provincia del rock italiano succede anche questo, ed è un peccato: “Una vita nuova” è sì un disco springsteeniano fino al midollo (leviamo il dente e leviamo il dolore: parliamone subito, in altre parole). Lo è per il suono: un impasto di chitarre, tastiere, armoniche e fiati che rimanda al mondo della E Street Band. E lo è per il piglio narrativo: la scrittura di Coppola, come quella del Boss (mutatis mutandis, ovviamente), è fortemente immaginifica, ed ha un occhio privilegiato per la gente comune, con un lampo di speranza che attraversa anche le storie più disperate. Va bene, tutto questo è Springsteniano, ed è molto lento per uno che arriva dal rock indipendente.
Ma chi se ne frega di etichette fatte ad uso e consumo di facili semplificazioni, se poi ci sono canzoni come queste? Da “Tutto resta sempre uguale” a “Non mi aspetto niente” (tanto per citare due titoli quasi a caso), Coppola dimostra una maturità di scrittura che fa invidia a colleghi ben più blasonati. Ok, sarà pure derivativa, ma lo è fino ad un certo punto. Se vivete in una grande città, sarà difficile che non riconosciate in queste storie quell’alienazione che solo l’Italia odierna ha saputo creare. In questo Coppola è se stesso e basta, e a memoria (mi sbaglierò, ma chi può dirlo…) pochi hanno saputo raccontare Milano (o qualsiasi altra metropoli italiana) così.
Poi, ok, ci sono alcune cadute di tono: in un disco di 14 canzoni (troppe: qualcosa di meno non avrebbe fatto male al disco) è inevitabile. Il coretto iniziale di “Esplode la gioia” o l’inciso di “Cerco ancora te” (bello, ma quel riferimento al “lavare le macchine” sembra una traduzione) sono davvero troppo springsteeniani. Ma, appunto, si tratta di dettagli in un bel disco di rock italiano. E, in questo caso, “rock” non rimanda a nessun telepredicatore ma solo al tipo di musica che trovate qua dentro.

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