«CONFESSIONS ON A DANCEFLOOR - Madonna» la recensione di Rockol

Madonna - CONFESSIONS ON A DANCEFLOOR - la recensione

Recensione del 26 ott 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Dimenticatevi la Madonna arrabbiata di “American life”. Miss Ciccone ha cambiato pelle ancora una volta. Questa volta non si può proprio dire che si sia “reinventata”, perché la pelle che ha scelto di indossare è un vestito per così dire antico, tenuto nell’armadio per molto tempo, tirato fuori, rispolverato e rimesso a nuovo con qualche ritocco che lo rendesse di nuovo attuale e alla moda.
Il “vecchio vestito” è tra quelli che ha permesso a Madonna di diventare una stella: è quello della dance. Oddio, non è che l’abbia mai veramente messo in naftalina: Madonna ha sempre fatto ballare, comunque, a qualunque musica si dedicasse. Ma mai come con “Confessions on a dancefloor” ha deciso di ritornare alla sue origini: la “disco”.
Fin dal titolo, fin dalla grafica di copertina, con il suo nome scritto in stile Studio 54 e con la “o” disegnata come una mirror ball, fin dal campione su cui si basa il primo singolo e brano di apertura (“Gimme! Gimme! Gimme!” degli Abba): il mondo di riferimento di questo album è chiaro: la discomusic degli anni ‘70-’80, frequentata ad inizi di carriera (ricordate “Holiday”?), messa da parte il pop o per suoni elettronici ritenuti più “cool”. Ma oggi il revival è di moda più che mai, ed ecco Madonna mettersi in mano al DJ londinese Stuart Price (conosciuto anche come Les Rhymes Digital) e aggiornare un suono e un mondo.
Ciò che colpisce di “Confessions on a dance floor” è proprio il suono. Non aspettatevi un revival: troppo semplice. Aspettatevi invece un pugno nello stomaco a base di bassi pulsanti, tastiere, voci filtrate in cui riferimenti come Donna Summer (“Future lovers”, brano prodotto da Mirwais, uno dei pochi “esterni” al duo Stuart Prince-Madonna ammessi nel disco; tra gli altri spicca il cognato Joe Henry) o il vocoder (quell’aggeggio che rende la voce metallica, già rispolverato qualche anno fa da Cher) di “Forbidden Lovers” e “How high” vengono riscritti ad uso e consumo sia dei nostalgici, sia di chi non li ha mai sentiti nominare.
Se il suono di “Confessions on a dancefloor” è impressionante per compattezza e capacità di essere contemporaneamente retrò e attuale, la parte sacrificata è la voce di Madonna. Come nella tradizione dance, le parole più che veri e propri testi sono dei mantra ripetuti ossessivamente, spesso un po’ schiacciati dai bassi e dalla ritmica. Le eccezioni a questa regola sono poche: va menzionato l’inizio di “Let it will be” per voce e archi, prima che entrino basso e tastiere, o lo “spoken word” iniziale di “Isaac” (recitato da Yitzhak Sinwani); non cambia comunque l’idea di fondo del disco: usare la voce come elemento ipnotico, più che come strumento per dire qualcosa.
Ed anche in questo che “Confessions on a dancefloor” si distingue dal suo predecessore: “American life” era sicuramente il disco più politico di Madonna, questo è il disco più “scanzonato”, nel senso che non c’è una grande attenzione alla forma canzone come insieme di parole, musica e interpretazione. Lo conferma anche il fatto che le 12 tracce del CD sono mixate senza soluzione di continuità, senza stacchi, come se non si trattasse di 12 canzoni ma di un’ora di musica mixata appunto su un “Dancefloor”.
Come al solito, “Confessions on a dancefloor” dividerà tutti: qualcuno lo troverà vecchio o ruffiano, magari sintomo di una mancanza di creatività che ha spinto Madonna a guardare indietro piuttosto che avanti; qualcun altro troverà geniale il modo in cui, ancora una volta, Madonna ha saputo fare proprio un genere musicale, scegliendosi i migliori collaboratori sulla piazza per tirarne fuori un suono unico.
Come al solito Madonna farà discutere, e questa volta per motivi molto diversi da quelli di “American life”. Forse è proprio questo il motivo della grandezza di quest’artista – un motivo che “Confessions on a dancefloor” conferma in pieno: la capacità di creare e/o interpretare delle tendenze culturali, che non riguardano solo la musica.

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