«MASTER OF DISASTER - John Hiatt» la recensione di Rockol

John Hiatt - MASTER OF DISASTER - la recensione

Recensione del 07 set 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Da buon recensore diligente, prima di mettermi a scrivere del nuovo disco di John Hiatt sono andato a rileggermi quanto avevo scritto su Rockol a proposito degli album precedenti. Oltre a tentare di non ripetermi – e possibilmente di non contraddirmi – cercavo un motivo per giustificare il consiglio all’acquisto di questo nuovo disco del cantautore americano allo sventurato lettore che si trovasse a leggere queste righe. Perché dovrei consigliare questo disco, più del precedente, o di quello prima ancora?
Mi sono reso conto – se avete la pazienza di seguirmi, tra poco la smetto con le mie pippe da pseudo-critico e passo a parlare del disco, lo prometto – che ho sfoderato una bella serie di luoghi comuni, parlando di John Hiatt. Il fatto è che John Hiatt sembra fatto per questi luoghi comuni, nel senso buono del termine, e questo disco non fa eccezione, anzi.
Dunque: John Hiatt scrive grandi canzoni, le canta e le arrangia ancora meglio. Ha una bellissima voce, e ha scritto una delle più belle e romantiche canzoni del rock americano, “Have a little faith in me”. Sono anni che continua a sfornare dischi mai meno che dignitosi, e gli unici a filarselo sono i fan del genere.
“Master of disaster” è probabilmente – anzi sicuramente – il suo miglior disco degli ultimi anni. Riunisce Hiatt con Jim Dickinson, già nella band che incise lo storico “Bring the family” (quello che conteneva “Have a litlle faith in me”), ed è meno rock e più “roots” dei dischi precedenti. E’ un disco pieno zeppo di canzoni “roots” da brividi, a cui si aggiungono racconti di un’ironia e una profondità che pochi altri sanno scrivere (come “Thunderbird”, o la title track). Il tutto impacchettato in una confezione che da sola vale il disco, per come scimmiotta l’attuale mania del wrestling riconducendola alle sue origini popolari e retrò di decenni fa, ben lontane dallo spettacolo cruento e mediatico di oggi.
E’ un disco che non ha, di fatto, momenti deboli, e che grazie a Dickinson ha pure un suono che è la perfetta essenza delle radici americane, dal rock di “Love’s not where thought we left it” al folk di “Howlin down the cumberland”.
Difficile non andare avanti per luoghi comuni di fronte ad un prodotto del genere (tipo “Hiatt è un ‘beautiful loser’”, e così via). Così come è difficile motivare perché questo disco valga più la pena dell’ultimo “Beneath this gruff exterior” .
Il fatto è che – altro luogo comune, perdono! – il rock è fatto di personaggi come Hiatt, che continuano a fare dischi come questi, lontani dalle mode e dai media. Insomma: alla fine, e senza tante pippe, l'unico valido motivo per consigliarlo, è che "Master of disaster" è un gran bel disco. Vi può bastare?

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