«COLD ROSES - Ryan Adams» la recensione di Rockol

Ryan Adams - COLD ROSES - la recensione

Recensione del 31 mag 2005

La recensione

No, davvero. Non ci sono più parole per definire Ryan Adams. Due dischi (anzi tre: uno, “Love is hell”, era di fatto doppio) a fine 2003. Tre dischi (anzi quattro: uno – questo – è doppio) nel 2005. Iperprolifico? Esagerato? Logorroico? Geniale? Ryan Adams è tutto questo, e nessuna di queste cose. Perché poi inizia la musica e finiscono le pippe.
”Cold roses” è il primo dei tre album del 2005, quindi. Seguiranno "Jacksonville" in agosto e "29" a novembre. E’ doppio, ed è più rock ‘n’ roll rispetto a Jacksonville, che si preannuncia come più country e di “29”, più intimista (9 canzoni suonate da 2 persone: Ryan e il chitarrista dei Cardinals J.P. Bowersock).
“Cold roses”, soprattutto, è un gran bel disco. Unisce qualche accenno country ad una struttura roots e rock (ma meno calcata di “Gold” per il primo genere e di “Rock ‘n’ roll" per il secondo), e dimostra ancora una volta quanto questo ragazzo ci sappia fare con la tradizione americana, e come sappia scrivere canzoni. Certo, “Cold roses” non è un “All killer, no filler”, perché qualche canzone riempitiva tra le 19 distribuite su due CD forse ce la poteva risparmiare, e produrre un album unico. Però, in generale, Ryan Adams ha confezionato un disco con una manciata di grandi canzoni, come la title track, “Easy plateu”, “Sweet illusions” e altre buone come “Mockingbird” o “Cherry lane”, in cui strutture sostanzialmente acustiche vengono impreziosite dalle chitarre elettriche. Certo è che ci sarebbero cantanti disposti ad uccidere per avere delle canzoni che per le nostre orecchie sono solo “buone” perché inserite in un disco forse troppo lungo per apprezzarle appieno.
Ecco, ci risiamo, si ricade sempre là; il difetto principale di Ryan: è troppo. E’ troppa la sua musica, sono troppi i suoi dischi, sono troppe (e troppo belle le sue canzoni). Però poi, se non ci si fa trarre in inganno da questa “troppidudine”, si corre sempre ad ascoltarlo. E questo qualcosa vorrà pur dire.

(Gianni Sibilla) .
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