«KNUCKLE DOWN - Ani DiFranco» la recensione di Rockol

Ani DiFranco - KNUCKLE DOWN - la recensione

Recensione del 28 gen 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Un brutto vizio dei cantanti prolifici e ultra-indipendenti è quello di finire avviluppati nella propria creatività, pubblicando materiale senza censura, prendendo direzioni che rischiano di essere vicoli ciechi.
Un esempio? Prince, che si è perso spesso nei meandri di dischi geniali come il personaggio, ma talvolta senza capo né coda, tanto che pure i fan si perdevano nel seguire il loro idolo. L’esempio non è casuale, recensendo il nuovo disco di Ani DiFranco, che di Prince è una fan dichiarata sia musicalmente (hanno pure collaborato tempo fa), sia nella prolificità e nell’indipendenza discografica. Questo “Knuckle down”, tanto per intenderci, esce ad un anno dal disco precedente, quell’ “Educated guess” inciso in totale solitudine. Un disco bello, per carità, come quasi ogni cosa della cantautrice di Buffalo, una da un disco all’anno. Però un vicolo senza uscita: dopo le sperimentazioni funky dei dischi precedenti, era un album fin troppo introverso, in cui ci si perdeva in canzoni troppo complesse per essere musicalmente così scarne e poco melodiche.
Fa piacere vedere la Nostra ritrovare la retta via, sfornando un disco più diretto. Un disco in cui, per la prima volta, si fa co-produrre. Insomma, molla un po’ della sua autarchia musicale, e per una buona causa, visto che in regia ad accompagnarla c’è Joe Henry, altro grande cantautore indipendente americano.
Il risultato è uno dei migliori dischi di Ani da tempo. Avere musicisti nuovi con sé (Todd Sickafoose al basso, Tony Scherr alla chitarra elettrica, Noe Venable alla voce e Andrew Bird al violino e glockenspiel) ha fatto un gran bene ad Ani; uguale effetto ha prodotto l'avere qualcuno che co-produce: l’ha aiutata a non strafare nella scrittura e nell’incisione, producendo un disco di canzoni-canzoni.
”Knukcle down” è un disco semplice, di ballate intimiste. Come si deduce subito dalla title track piazzata in apertura, non ha rinunciato alla sua chitarra arrabbiata e percussiva (proprio quella che in “Educated guess” sembrava portarla troppo lontano). Però le canzoni, sono arrangiate meglio, e la chitarra, come dimostra già la seconda traccia “Studying stones”, viene inserita in arrangiamenti più complessi e contemporaneamente più semplici, che esaltano maggiormente il senso della melodia.
Insomma, “Knuckle down” ci restituisce una Ani DiFranco più vicina a dischi come “Little plastic castle”, o ai momenti più cantautorali di “Revelling/Reckoning”. Una Ani DiFranco meno arrabbiata, meno sperimentale, forse più tradizionalista ma meno contorta. Una Ani DiFranco decisamente più piacevole: una delle più brave cantautrici della sua generazione.

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