«THE SECRET MIGRATION - Mercury Rev» la recensione di Rockol

Mercury Rev - THE SECRET MIGRATION - la recensione

Recensione del 27 gen 2005

La recensione

Molto si capisce già dalla copertina: una riproduzione tra “fantasy” e bestiario medievale della Eumorpha Pandorus, la “farfalla sfinge”, trasfigurata in sembianze umane. Si penserebbe ai Marillion o a qualche altro gruppo prog rock della vecchia Europa, invece che ai Mercury Rev da Buffalo, sponda americana delle cascate del Niagara. E invece è un segnale preciso: con questo disco, il sesto della produzione, la band di Jonathan Donahue si avventura con decisione nel regno della fiction, del fantastico, del fiabesco. Una sorpresa relativa, considerando i suoni coreografici e grandiosi che Donahue & C avevano assemblato tre anni fa per “All is dream” (già quel titolo la diceva lunga, sulla dimensione onirica della loro musica). E che le nuove canzoni sono nate tra i boschi incantati delle Catskills, due ore di macchina a nord di New York, dove hanno allestito e nascosto a occhi indiscreti il loro nuovo studio di registrazione. Come la farfalla dagli occhi e dal volto umano anche i Mercury Rev, si direbbe, hanno completato una metamorfosi. In “Black forest (Lorelei)” si riappropriano di una delle più popolari leggende europee, quella della sirena malvagia che incanta i marinai facendoli inghiottire dalle acque del Reno. E non fosse per la voce decadente, viziosetta e in falsetto di Donahue sembrerebbe proprio di ascoltare i Genesis più classici, quelli di “Nursery Crime” o di “Foxtrot”, con quel pianoforte arpeggiato alla maniera di Tony Banks e la chitarra di Grasshopper che miagola come la vecchia Gibson Les Paul di Steve Hackett. Natura animata, saghe nordiche e romanticismo cavalleresco popolano canzoni intitolate ad oceani e cieli in caduta libera, a diamanti e a rose rampicanti, a passioni amorose e a donne in festa per la prima maternità. Qualcuno potrà storcere il naso, dinanzi a tanta abbondanza di allegorie e simbologie. E l’ascolto della copia promozionale del disco, senza testi a disposizione, obbliga a sospendere il giudizio su una parte non irrilevante del lavoro. Ma bisogna anche dire che “The secret migration” è un disco (caso raro!) che cresce davvero ad ogni ascolto successivo, aiutando a digerire un po’ per volta tutti quegli zuccheri e quei colori in apparenza debordanti. Che i “valori produttivi” (giusti onori a Dave Fridmann) sono davvero alti, e le canzoni scritte con una precisione degna di un amanuense.
Ci sono, anche stavolta, plateali inchini al Wall of Sound di Phil Spector e di Jack Nitzsche (la batteria di “In a funny way” sembra un “campione” da qualche 45 giri anni ’60 delle Crystals o delle Ronettes). Ci sono fragorosi attacchi di rock sinfonico (i mulinelli vorticosi di “Secret for a song”), robusti contrasti cromatici (“Diamonds”, “Vermillion”, “Arise”), delicatezze pop mccartneyiane (“First-time mother’s joy”, “My love”: ma non c’entra con l’hit dei Wings), ballate marinaresche in forma di folk opera (“Across yer ocean”) e piccole miniature appena oltre il minuto di durata (“Down poured the heavens”; “Moving on”, con un soffice tappeto vocale tra i Beach Boys più psichedelici e i 10cc di “I’m not in love”). E poi archi e voci in dissolvenza, chitarre morriconiane e chitarre pinkfloydiane, glockenspiel e pianoforti, canti di sirene e ronzii elettronici di calabroni: tanto da sfiorare a volte il pastiche cacofonico…Autoindulgenza? Fuga dalla realtà fine a se stessa? Chissà, ma ogni tanto ci vuole: soprattutto se la musica scorre fluida e (spesso) ispirata come in questo caso. Ve lo dice uno che adora Springsteen e Billy Bragg, che ha guardato con simpatia (e poche illusioni) alla grande mobilitazione rock contro la rielezione di Bush, ma che invoca un bel time out, per favore, dai pamphlet in musica, dalle canzoni post 11 settembre e dai predicatori con la chitarra in mano.
(Alfredo Marziano)
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