AMERICAN IDIOT

Warner (CD)

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di Gianni Sibilla

E’ dura la vita, se sei un musicista e la tua musica – il punk rock – è fatta di canzoni di tre minuti basate su tre-accordi-tre. E’ dura, se il tuo gruppo non sono i Ramones, che di quel genere sono stati i maestri. E’ dura pure se il tuo gruppo si chiama Green Day, ed è stato negli anni '90 il motore della rinascita commerciale del punk-rock (che però hanno sfruttato soprattutto gli altri, tipo gli Offspring).
Oggi però i tempi sono cambiati e le canzoni così le radio non le passano più. Bisogna cambiare, o morire. Onore ai Green Day, che con questo “American idiot” sono riusciti a cambiar pelle senza tradirsi. Loro dicono (o meglio, lo dice la cartella stampa del disco) che sono passati dallo scrivere la “perfetta canzone da tre minuti” allo scrivere “la perfetta canzone da nove minuti”. Progetto pomposo? Sicuramente. Però sentitevi quella piccola rock-opera d’altri tempi che è “Jesus of suburbia”, quattro canzoni montate assieme, con cambi di ritmo e di melodia assemblate con sapienza: la definizione non fa una piega.
Tutto l’album è una sorta di rock opera, un disco a tema sulle contraddizioni dell’America odierna con un protagonista ricorrente: “Non voglio essere un idiota americano/non voglio una nazione dominata da una nuova mania/riesci a sentire il suono dell’isteria?”: sono i primi versi dell’album, quelli che aprono la title-track.
“American idiot” è, almeno concettualmente, il disco più ambizioso del trio californiano. Non spaventatevi: alla fine, sono sempre i soliti tre accordi. Solo che vengono gestiti con una maestria che tanti colleghi si sognano. In altre parole, “American idiot” si salva perché l’idea di base – bella, ma pericolossisima in termini di potenziale noiosità – è tradotta in una serie di canzoni piacevoli e ben suonate.
Insomma, “American idiot” è un disco che conserva i pregi migliori del punk-rock degli anni ’90 (la piacevolezza, la grinta e la melodia) e ne supera brillantemente i limiti (la ripetitività sia in termini di strutture musicali sia in termini di temi post-adolescenziali). Non è un capolavoro, è chiaro: è impossibile fare capolavori, in questo genere, dopo i Ramones. Ma è un disco piacevole e non banale, che dimostra che i Green Day sono tutt’altro che scemi. Il periodo d’oro del punk-rock californiano sarà anche passato, ma i Green Day sono riusciti a non farsi spazzare via dal successo.