«REAL GONE - Tom Waits» la recensione di Rockol

Tom Waits - REAL GONE - la recensione

Recensione del 01 ott 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

La notizia ha (quasi) del clamoroso: nel nuovo disco di Tom Waits non c'è il pianoforte. Ma come, mr. Waits ha abbandonato il suo strumento principe? Quello grazie al quale ha composto e interpretato quelle fumose ballate che lo hanno reso un mito?
In realtà, si tratta di una “non-notizia”. Chi segue almeno un po’ Waits sa che da qualche tempo la sua musica si è spostata in un'altra direzione: quella di un rock-blues rumorista (lui lo definisce “funk cubista”), dalle connotazioni brechtiane. Certo, le ballate e il piano non sono mai stati dimenticati. Uno dei suoi utimi dischi, “Alice” (pubblicato due anni fa insieme al più sperimentale “Blood money”) era sostanzialmente fatto di quei suoni. Però avevano un ruolo sempre minore.
Non stupisce quindi, che per realizzare il nuovo disco, Waits si sia portato il piano in studio e, come lui stesso ha raccontato, abbia finito per lasciarlo lì, inutilizzato, preferendo improvvisare con i suoi fidi compagni (su tutti la stellare chitarra di Marc Ribot, presente dalla prima all’ultima canzone, ma anche Les Claypool dei Primus) sulla sua scartavetrata voce registrata in precedenza. Aggiungendo il “solito” campionario di ritmi improbabili e ormai suoni (meglio, rumori) tipicamente waitsiani.
“Real gone”, a guardare bene, è il primo disco di inediti in senso tradizionale in cinque anni, da “Mule variations”, che a sua volta arrivava dopo un silenzio lungo anni e anni. Nessuna crisi creativa, nel frattempo, anzi, una prolificità che stupisce. Anche se i già citati “Alice” e “Blood money” erano dischi particolari, nati dalla collaborazione con il drammaturgo Robert Wilson. Le canzoni del primo risalevano originariamente addirittura al ’92.
Congetture a parte, “Real gone” è un disco che non fa notizia. Non che sia brutto, anzi, è bellissimo. Ma è esattamente quello che ti aspetti da uno come Tom Waits, se gli levi il piano. Lunghi blues (come la stupenda “The sins of my father”); il campionario di “funk cubisti” come “Don’t go into that barn”; le “maladies”, le melodie malate e inquietanti alla “Circus”. 15 brani per oltre 70 minuti che si ascoltano tutti d’un fiato (per quanto lo si possa fare con uno come Waits). Magari leggendo i testi, con il solito campionario di personaggi: "Sono canzoni che parlano di politica, topi, guerra, impiccagioni, ballo, auto, pirati, fattorie, carnevale, peccato, mama, liquori, treni e morte. In altre parole, sempre le solite vecchie cose", ha riferito Waits.
Dov’è la novità, allora? Forse non c’è. Ma non è questo il punto. Anche quando fa cose non propriamente innovative, Waits le fa ad un livello talmente alto, che non si può dire nulla di male della sua musica, e non si può fare altro che invitare ad ascoltarla.

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