«UNDER MY SKIN - Avril Lavigne» la recensione di Rockol

Avril Lavigne - UNDER MY SKIN - la recensione

Recensione del 09 ago 2004

La recensione

Qui non manca niente, come nei 4 Salti in Padella. Che quando li compri sono già pronti, basta solo riscaldarli, e quando li assaggi alla prima forchettata ti sembrano buoni, anzi buonissimi, e riflettendo a voce alta arrivi a dire: “Accidenti, questi spaghetti allo scoglio sono fantastici, quasi meglio di quelli che ho mangiato al ristorante”. E alla seconda forchettata è uguale, i problemi arrivano con la terza, quando - pur continuando a non capire esattamente cosa c’è che non va - ti monta dentro, piano, un’impressione nuova: quella che tutto sommato quelli del ristorante erano meglio, più ruspanti e vivi e autentici e insomma, alla quinta forchettata prometti a te stesso che la prossima volta piuttosto un aglio e olio fatto in cinque minuti, ma questo sapore sintetico no, basta, e poi è pesante, e poi chissà cosa ci hanno messo dentro.
E chissà cosa ci hanno messo dentro anche in “Under my skin”, titolo pretenzioso e ingannatorio (“Sotto la mia pelle”, ma poi non è vero, Avril Lavigne non ce li viene certo a raccontare a noi i suoi segreti).
Intanto si ha come la sensazione che i 15 milioni di dischi venduti con “Let go”, il disco di debutto (due anni fa) non siano un fardello leggero da portare, soprattutto per una 19enne (che all’epoca, quindi, non era ancora maggiorenne).
“Under my skin” comunque, proprio come i 4 salti in padella, è un prodotto abbastanza pretenzioso, ottimamente confezionato, supercontrollato: "Sono stata coinvolta in ogni passaggio del disco. Mi piace metterci le mani sopra", ha spiegato Avril Lavigne. "Sapevo come volevo che fosse la struttura del disco e il suono di ogni strumento. Stavolta comprendo molto meglio il processo, le fasi della realizzazione di un disco perché ci sono già passata". E si sente: questo è un disco più curato, furbo, raffinato, intelligente. E quindi meno spontaneo. Ha un suono impeccabile, che alterna schitarrate vigorose (“Don’t tell me”, il singolo) a momenti drammatici (“Take me away”), melodie cupe (“Forgotten” e “Nobody’s home”) a brani più ottimisti (“Who knows”). Insomma, un buon equilibrio. Quasi nessuna traccia dei normali turbamenti esistenziali e paranoie e scazzi tipici della tarda adolescenza, Avril ha persino dichiarato che finalmente emerge il suo lato femminile, che ha smesso di fare (solo) il maschiaccio. Ed ecco un album con tutte le sue cosine apposto, che infatti è entrato in classifica, che naturalmente ha un bel video, che ha ballad trascinanti, eppure, eppure… L’impressione che qualcosa manchi non riesce a svanire. Oppure il problema è proprio l’opposto: qui – davvero – non manca niente.

(Paola Maraone)

“Take me away”
“Together”
“Don't tell me”
“He wasn't”
“How does it feel”
“My happy ending”
“Nobody's home”
“Forgotten”
“Who knows”
“Fall to pieces”
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