«BAPTISM - Lenny Kravitz» la recensione di Rockol

Lenny Kravitz - BAPTISM - la recensione

Recensione del 17 giu 2004 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

In un titolo così mistico riecheggia per un secondo il dylaniano “Saved”, ma è solo un attimo. Non siamo di fronte a una svolta religiosa, qui: “Baptism”, invece, evoca un ritorno alla fede del rock, come chiarisce subito il primo brano, “Minister of rock’n’ roll”. E qui, forse, Lenny Kravitz commette un errore di valutazione: il manifesto è di quelli impegnativi, mantenere la promessa è difficile. L’artista ripropone sì tutto il gusto “retro” che all’inizio della carriera lo aveva imposto all’attenzione dei media e dei fans (che, troppo a lungo obnubilati dal digitale, erano stati immediatamente conquistati da quel recupero di accenti e suoni analogici) e regala certamente un buon impasto di chitarre distorte, assoli e qualche atmosfera lennoniana (“Stand by my woman”, ad esempio). Ma quelli che, come chi scrive, potevano immaginare (augurarsi?) arrangiamenti più primitivi come in “Let love rule”, “Mama said” e “Are you gonna go my way?”, resteranno delusi. Intorno all’ottimo e radiofonico singolo “Where are we runnin’?”, il paesaggio di “Baptism” è meno esaltante e, francamente, le idee non abbondano.
L’atletismo musicale di “California” è controbilanciato dalla malinconia dei testi di "What did I do with my life?" e di "Destiny": a quarant’anni l’artista riavvolge la pellicola della sua vita, dà un’occhiata, si fa un esame di coscienza e…? E arriva "I don't want to be a star", ovvero: è la musica che conta e non l’immagine. Ma certo: se fossimo nel 1970 e stessimo ascoltando, che so, Jimi Hendrix mentre in un sussulto di lucidità decide di fustigare le cattive abitudini che ne avvelenano la creatività, sarebbe perfetto. Qui, però, abbiamo un buon musicista che si è appena stirato la capigliatura afro per rifarsi il look che si mette a bacchettare l’annacquato rock and roll lifestyle degli anni Duemila.
Comunque, non è certamente questa la ragione per cui "Baptism" non è il migliore album di Lenny Kravitz. Qui contano più le ballate che non i rockers, e non è certo un dramma; ma resta il fatto che, in ultima analisi, il CD ne risente perché mancano i guizzi che producevano il salto di qualità nei lavori precedenti. Questa volta padroneggiare la storia del rock – che è un merito grande – non è sufficiente a tirare fuori l’album dalle secche dall’anonimato e l’artista, che la sua musica ha sorpreso in una fase riflessiva, sbanda un po’.
I suoi fans hard core potranno ritrovarsi nel solco tracciato in anni recenti ma…Ministro del Rock’n’roll?!? Per me va bene, Lenny, ma prima facciamo un rimpasto.

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