«HELLO STARLING - Josh Ritter» la recensione di Rockol

Josh Ritter - HELLO STARLING - la recensione

Recensione del 02 mag 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Il suffisso “Emo” è stato spesso usato nelle varie divagazioni di critici e addetti ai lavori che cercano di trovare nuove etichette per indicare generi e artisti che altrimenti non saprebbero come definire. “Emo-punk”, “Emo-rock” e così via sono stati usati in passato per indicare gruppi o artisti che levigavano le asprezze di questi generi con testi introspettivi e melodie più semplici.
Strano che nessuno si sia ancora preoccupato di utilizzarlo per artisti come Josh Ritter. Se volessimo imitare gli inventori di etichette di genere, potremmo chiamarlo “Emo-folk” o “Emo-songwriting”, e il campione del genere sarebbe sicuramente Damien Rice, Nick Drake il nume tutelare indiscusso. Siccome preferiamo evitare di coniare etichette di questo genere, ci si può limitare a constatare una tendenza chiaramente in atto nella musica odierna (e – direbbe qualcuno – in buona parte della produzione culturale). Da un lato stanno quegli artisti che puntano tutto o quasi sulle proprie capacità interpretative, sulla tecnica. Dall’altro quelli che giocano le loro carte sull’emotività e sulla passione. Nel primo girone ci possiamo mettere, Norah Jones, Diana Krall, i moderni calligrafi del blues (Eric Clapton) e dello swing (Michael Bublé): bravi, bravissimi, ma perfetti, perfettissimi tanto da essere quasi gelidi. Dall’altro David Gray, Damien Rice, Howie Day: la loro tecnica è tutt’altro che impeccabile, ma la passione che mettono ed esibiscono nelle loro canzoni è indiscutibile, quasi eccessiva. Nel mezzo qualcuno che prova – a fatica - ad unire le due cose.
Non è una dicotomia nuova, anzi è vecchia come il rock (provate a parlare male di chitarristi come Yngwie Malmsteen e a dire che gli preferite la rozzezza del suono di un Neil Young… vi si riempirà la casella di email di proteste). Però nell’ultimo periodo sembra particolarmente accentuata e confinata non tanto al virtuosismo strumentistico, quanto ampliata all’interpretazione.
Quanto a noi, avrete capito da che parte stiamo. Per questo motivo “Hello starling” di Josh Ritter va consigliato: cantautorato semplice, basato su un giro di chitarra acustica abbellito con poco altro. Una voce quasi sussurrata, come un amico che ti racconta dei fatti suoi. Qualcuno l’ha paragonato a Jackson Browne. Musicalmente è più vicino ad una via di mezzo tra Dylan e lo Springsteen più acustico, ma l’atteggiamento “confidenziale” è proprio quello del Browne degli anni ’70. Sentitevi le due stupende canzoni finali, “Baby that’s not all” e “The bad actress”, che partono piano e poi crescono, ma sempre senza strafare. O la disarmante semplicità melodica di “Kathleen” (“Tutte le altre ragazze qua sono stelle, ma tu sei la stella polare”). Nulla di nuovo, certo, ma un gran cuore e un gran piacere da ascoltare.
Josh Ritter lo si è visto recentemente in Italia aprire i concerti di Damien Rice. Rispetto a quest’ultimo è un po’ più “quadrato” e un po’ meno irregolare nel comporre canzoni e nello strutturare i dischi, ma anche un po’ meno intenso. Ma non si può avere tutto, e sentire un cantante che mette questa anima nelle canzoni non è davvero poco, credeteci.

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