«NAPOLI SECONDO ESTRATTO - Mina» la recensione di Rockol

Mina - NAPOLI SECONDO ESTRATTO - la recensione

Recensione del 13 gen 2004 a cura di Paola Maraone

La recensione

Mina come Woody Allen? Un genio la cui bravura nessuno può discutere, ma che forse potrebbe anche, a un certo punto, decidere di fermarsi. Del grande regista rimpiangiamo i tempi di “Io e Annie” o “Provaci ancora Sam”, della Tigre di Cremona continuano a tornarci in mente “Parole, parole”, “Se telefonando” e persino “Brava”.
A proposito: comunque, brava, Mina. Che resta l’unica cantante non napoletana a poter interpretare classici partenopei senza sembrare ridicola. L’aveva già fatto nel 1996, prosegue oggi con quest’album che - appunto - è il “secondo estratto”. Per la cronaca: tredici brani riletti da un quartetto jazz (Danilo Rea, tastiere e pianoforte; Alfredo Golino, batteria e percussioni; Andrea Braido, chitarra acustica ed elettrica; Massimo Moriconi, basso e contrabbasso; più Gabriele Mirabassi, clarinetto) e dalla voce pulitissima di Mina, arricchita dagli archi e dall’orchestra arrangiati e diretti da Gianni Ferrio. Tra le canzoni, una è un inedito (“Cu 'e mmane", scritto per l’occasione dagli Audio 2), poi c’è una rielaborazione dell'aria di Puccini "O contrario 'e l'ammore”, e poi una serie di piccole perle come l’evergreen “O sole mio” e la “new entry” (almeno, per quello che riguarda i classici napoletani) “Napule è”, di Pino Daniele.
Dopodiché, come dicevamo: in questo "Napoli secondo estratto" non c’è molto di nuovo. Mina canta con l’anima, come sempre. Ma le canzoni restano le canzoni. Non cambiano aspetto, suono, atmosfera grazie a lei. Emozionano molto, ma solo a tratti (per esempio in “Era de maggio” Ma anche in questo caso il sospetto è: che sia un merito, intrinseco, della canzone?). A volte scorrrono via piacevoli, nulla di più (“Napule è”, “Cu ‘e mmane”). Sono tutte ben suonate, graziose, intelligenti. E, proprio come il buon vino, questo disco migliora con gli ascolti e con il tempo: anche perché in fondo è un disco senza tempo, non alla moda, che se ne sta lì sospeso e avrebbe potuto essere prodotto trent’anni fa o tra trent’anni, è lo stesso. E’ tanto classica la base di partenza che anche invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia - nonostante i virtuosismi vocali e strumentali, questa è “soltanto” Mina che canta Napoli. Lo fa nell’unico modo che conosce: e cioè bene.
Ma il dubbio resta. Perché ha scelto di pubblicare quest’album? Non potrebbe fermarsi, prima o poi? Forse sì. O forse no: forse sente, forte, il bisogno di continuare, indipendentemente dal tema, dal terreno, dalla materia su cui si trova a lavorare. E’ sempre stata un’interprete di hits: non vuole smettere ora. Ha ogni giorno una nuova, piccola verità nascosta da qualche parte, in tasca o tra le mani. Come Woody Allen. Come quei vecchi saggi che hanno sempre un’ultima storia da raccontare.

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