«MIX - Francesco De Gregori» la recensione di Rockol

Francesco De Gregori - MIX - la recensione

Recensione del 05 dic 2003

La recensione

Antologie e dischi dal vivo vengono spesso, e sovente a ragione, considerati pure armi del marketing discografico, piuttosto che prodotti “artistici” giustificati da un genuino desiderio di espressione creativa o da una effettiva necessità di catalogazione/documentazione del lavoro svolto. Nel caso di De Gregori, poi, che di album live dagli anni ’90 ne ha pubblicati non meno di sette e che appena cinque anni fa ha licenziato il suo ultimo “greatest hits”, “Curve nella memoria”, conti e ragionamenti del genere potrebbero farsi persino imbarazzanti. Se non che proprio lui, il Principe, rivendica oggi l’uso libero, creativo, in altre parole “artistico”, della compilazione antologica e del materiale catturato in concerto. E’ una concezione disinvolta del mercato e del ruolo dell’artista: e a cui noi in Italia siamo molto poco abituati, mentre negli Stati Uniti o in Inghilterra non sono pochi i musicisti che si permettono questo genere di operazioni, non necessariamente speculative, contando sul fatto che i fan li seguiranno. Anche quelli di De Gregori, evidentemente: che nell’occasione offre due ore e mezza di musica vecchia e nuova, sconosciuta (in piccola parte) e conosciutissima, lungo lo spazio di due CD che propongono selezionati ripescaggi da tutto il catalogo, un disco (quasi) interamente live e qualche inedito. Inutile parlare di “Pablo” e de “Il cuoco di Salò”, di “Adelante adelante” e de “La donna cannone” (la sua canzone più bella e toccante, probabilmente, con quell’inciso che sembra ogni volta sollevarsi miracolosamente da terra: anche se l’autore non è dell’idea). Le conoscono tutti, e qui semmai si scopre il piacere di riascoltarle in impeccabile edizione rimasterizzata accanto a pezzi meno celebrati, magari ingiustamente, come la ballata pianistica “I matti”, un quadretto di intensa e misurata maturità poetica che fece la sua prima comparsa nel non fortunatissimo “Terra di nessuno” (1987). La sorpresa semmai, per quanto ampiamente annunciata dai media, è quella “A chi” che apre la raccolta in chiave di ruggente rock-blues, con la chitarra elettrica a svisare liberamente sul pentagramma. Un omaggio a Fausto Leali e alla musica “leggera” anni ’60 (non è il primo: ricordate “Prendi questa mano, zingara”?), nato per caso in sala prove e senza troppe pretese. Non un capolavoro, ma utile a far capire che il signor De Gregori, un tempo assai serioso, oggi ama davvero giocare con la musica, sua e degli altri (e qui si riprende con autorità due ballate nobili come “La valigia dell’attore”, scritta per Alessandro Haber, e “Ti leggo nel pensiero”, già pubblicata da Ron). Proprio come il maestro Dylan, insomma, di cui il cantautore romano traduce qui due classici: una, “Non dirle che non è così”, è la cristallina cover di “If you see her, say hello” (dal capolavoro “Blood on the tracks”) che ha varcato i confini internazionali grazie alla colonna sonora di “Masked & anonymous” (vedi News); l’altra, finora inedita, è una rilettura calorosa e per direttissima (chitarre, armonica e batteria in primo piano e senza trucchi) di “I shall be released”, ribattezzata “Come il giorno” e inclusa nella sezione “live” della raccolta. Il libretto non fornisce informazioni su date e luoghi delle registrazioni, tanto per restare in linea con l’approccio volutamente casuale, allegramente confusionario di questa macedonia sonora. Ma si capisce bene, all’ascolto, che De Gregori si diverte come un matto nelle nuove vesti di front man di una rock band che partecipa assai al processo creativo e al riarrangiamento del repertorio. Lui, il “cantante”, è grintoso col giusto pizzico di veleno quando snocciola i versi pesanti e pensanti de “L’agnello di Dio” (un pezzo chiave, oggi, del suo repertorio live); e si fa volutamente più sciatto e scanzonato quando si sottopone volentieri all’inevitabile effetto karaoke su “Rimmel” (in versione diluita e rallentata) e su “Generale” (che oggi si tinge di colori da frontiera messicano-americana), su “Alice” e sul country & western del “Signor Hood”, o su “Viva l’Italia”, con quell’accenno di “Imagine” in coda e una vocalità lacerata e bruciacchiata adatta assai all’umore della canzone. Non è come il signor Zimmerman, che gioca a nascondino con le melodie e prende a martellate le sue sculture, De Gregori. Ma non è neppure incline, per nulla, alla celebrazione didascalica e autobiografica. Applausi meritati, per un monumento della musica leggera italiana che ha imparato pure a non prendersi troppo sul serio.
(Alfredo Marziano)
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