«SKULL RING - Iggy Pop» la recensione di Rockol

Iggy Pop - SKULL RING - la recensione

Recensione del 24 ott 2003

La recensione

Dopo i cinquant'anni, il senso comune suggerirebbe di mantenere un certo contegno e i modi pacati che si convengono a un'età matura. Di tutto questo, Iggy Pop se ne strafrega allegramente. Quattro anni fa "Avenue B" sembrava annunciare una svolta verso uno stile più compassato, ma il successivo "Beat 'em up" aveva subito smentito. "Skull ring" conferma che per il momento Iggy non ha intenzione di rinunciare al ruolo di vecchio zio del punk, ancora capace di giocare coi nipoti senza restare spompato dopo dieci minuti. Per l'occasione, ha anche rimesso insieme i cocci rimasti degli Stooges, cioè i fratelli Ron e Scott Asheton, per una rimpatriata a trent'anni di distanza da "Raw power". Per fortuna anche i vecchi compari non sono arrugginiti e i loro quattro contributi ("Little electric chair", "Skull ring", "Loser" e "Dead rock star") tengono onorevolmente testa al loro passato. Niente nostalgie da vecchie glorie, la giusta dose di aggressività e volumi sufficientemente alti: di più, è difficile chiedere agli Stooges del 2003.
Anche gli eredi più giovani sono contenti di fare visita a Iggy e dare una mano. Nell'album ci sono Sum 41, Green Day e Peaches e tutti sono perfettamente riconoscibili. I primi firmano "Little know it all", il pezzo destinato probabilmente ad aprire le porte del pubblico di Mtv. Billie Joe e soci portano "Private hell" e "Supermarket", che potrebbero comparire tranquillamente in uno qualsiasi dei loro dischi e Peaches allestisce il suo consueto teatrino di slogan gridati, riff rozzi e techno minimale in "Rock show" (una versione diversa da quella apparsa nel suo "The teaches of Peaches") e "Motor inn". Iggy lascia fare con l'autorevolezza del padrone di casa carismatico ma non invadente. E lascia mano libera anche ai Trolls, il gruppo che lo accompagna ormai da qualche tempo e che suona nella maggior parte dei pezzi: solidi picchiatori che badano al sodo e reggono tranquillamente il confronto con gli ospiti illustri, firmando almeno uno degli episodi migliori (“Perverts in the sun”). Discorso a parte merita "Til wrong feels right", lamento solitario di Iggy contro l'industria dei media, basato su un blues di Mississippi Fred McDowell. Pochi possono permettersi di ululare come un vecchio musicista del delta su uno sgangherato accompagnamento di chitarra acustica senza sembrare ridicoli. Iggy ci riesce senza nemmeno sforzarsi troppo. Ragazzini, lasciatelo lavorare.

(Paolo Giovanazzi)
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