«HEAVIER THINGS - John Mayer» la recensione di Rockol

John Mayer - HEAVIER THINGS - la recensione

Recensione del 23 ott 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Nelle settimane scorse un nome (in parte) sconosciuto è balzato al primo posto delle classifiche americane: John Mayer, che ha venduto nella prima settimana 300.000 copie di questo “Heavier things”.
Mayer non è una sorpresa, in realtà: il disco precedente “Room for squares” lo aveva fatto notare a pubblico e critica, inserendolo in quella scia di “nuovi cantautori rock” che facevano ben sperare per il futuro. Un altro nome di questa scuola è Pete Yorn, che in termini artistici ha sicuramente bissato con il recente “Day I forgot” l’esordio di “Musicforthemorningafter” (vedi recensioni), senza però ottenere gli stessi risultati di vendita di Mayer.
Non è che Mayer, in realtà, abbia qualcosa in più di Yorn. Forse ha dalla sua una certa somiglianza con Dave Matthews, che da quelle parti sbanca classifiche e botteghini. Somiglianza che si limita, peraltro, ad una voce similmente nasale e ad una tendenza ad arrangiare canzoni rock in modo più complesso. Mayer, però, è più secco e conciso di Matthews, e questo è un bene. Le sue canzoni inglobano suoni diversi (molta coloritura elettronica, in questo album), ma rimangono semplici: forse questo è il trucco che ti fa piacere “Bigger than my body” e “Split screen sadness”.
Ciò che John Mayer ha sicuramente in più di Pete Yorn è stato sicuramente un maggior appoggio dalla casa discografica. Che poi è la stessa, la Columbia: in America ha fatto fuoco e fiamme per lanciare questo disco. Per la cronaca, questo la dice lunga sui metodi in cui si coltivano i talenti al giorno d’oggi, selezionando a tavolino chi deve avere successo subito e chi no. Ma questa è un’altra storia.
Semmai, la sensazione che si ha ascoltando “Heavier things” è quella di trovarsi di fronte ad un buon talento, un discreto cantante che scrive belle canzoni e le sa arrangiare. Ecco: il limite di Mayer è che la sensazione finisce qui. Buone canzoni, per l’appunto, ma ancora senza grandissimi guizzi. Ovvero un talento che ha ancora bisogno di crescere, nella speranza che nel frattempo non venga bruciato dalla casa discografica.

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