«PERMISSION TO LAND - Darkness» la recensione di Rockol

Darkness - PERMISSION TO LAND - la recensione

Recensione del 26 ott 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Le vie del rock sono infinite. Qualche giorno fa a chi scrive è arrivata un’email da un negozio di dischi. Niente di più che una mailing list in cui solitamente il proprietario di questo negozio (irlandese, per la cronaca) si limita a segnalare le ultime uscite, con qualche commento da appassionato ascoltatore. Beh, nella mail incriminata, questo personaggio – che a giudicare dalle mail che manda potrebbe tranquillamente sembrare Rob, il protagonista di “Alta fedeltà” – si diceva troppo scosso per scrivere la consueta mail. La causa di questo torpore, una sorta di “dopo-sbronza”, era il concerto della sera prima, giudicato come “sicuramente il concerto dell’anno fino ad oggi”. Aveva visto i Darkness.
Questo lungo preambolo spinge a farsi una domanda: com’è che una band – come questa, proveniente dal Suffolk, e formata da due fratelli e due amici innamorati dell’hard rock anni ’70 – arriva a diventare la rivelazione del momento, fino a convincere e stordire gli ascoltatori più appassionati? Forse vincendo premi e ottenendo entusiastiche recensioni copertine, com’è capitato ai Darkness negli ultimi tempi? Se così fosse, dimostrerebbe che la stampa musica, almeno in Inghilterra, ha davvero un gran potere nella strada verso la scalata alle classifiche. Alla faccia di chi dice che i giornali musicali non fanno vendere i dischi: “Permission to land” viene pubblicato ora in Italia, ma quando è uscito lo scorso luglio in Inghilterra ha debuttato al numero 1.
La domanda di cui sopra è tanto più legittima se si ascolta questo disco. Che sembra il prodotto di una cover-band degli Ac/Dc, degli Zeppelin, o dei Queen più tosti, alle prese con brani inediti. Va bene che non abbiamo visto i Darkness dal vivo, come è successo all’autore della mail “incriminata”, ma abbiamo sentito le loro canzoni: che sono fatte di riff che sembrano rubati ad Angus Young, e di melodie cantate spesso in falsetto, e che citano apertamente suoni e atmosfere provenienti dall’hard rock più classico. Abbiamo letto i testi delle loro canzoni, che parlano di “Venerdì sera” e di cose come “Tieni lontane le mani dalla mia donna” . E abbiamo visto le loro foto, in cui i Nostri si mostrano bardati in tutine attillate e tigrate alla Steven Tyler, o con pizzetti alla Lemmy dei Motorhead.
Insomma, alle nostre orecchie di europei continentali, un po’ diffidenti verso le manie periodiche di chi vive oltre manica, questo “Permission to land” non suona come qualcosa per cui perdere la testa. Suona piuttosto come un disco di rock ben suonato e ben scritto, ma terribilmente già sentito e terribilmente demodé. Forse è questo che piace agli inglesi – dopo il garage rock rivisitato degli Strokes, ecco l’hard rock rivisitato dei Darkness.
Insomma, non dubitiamo delle orecchie del nostro amico negoziante di Dublino, e speriamo di essere smentiti quando avremo la possibilità di vedere dal vivo i Darkness. Ma delle due l’una: o le vie del rock sono infinite, o sono semplicemente finite.

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