«GREENDALE - Neil Young» la recensione di Rockol

Neil Young - GREENDALE - la recensione

Recensione del 03 set 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Dici “concept album” e subito senti i capelli di fan e critici che si rizzano. Perché i dischi “di concetto”, quelli che raccontano (o tentano di raccontare) storie complesse attraverso l’arco di più canzoni, hanno uno status contraddittorio nel rock. In tanti ci hanno provato (dagli Who di “Tommy” e “Quadrophenia” al recente “The raven” di Lou Reed), ma in pochi sono riusciti a fare qualcosa che non fosse solo affascinante, ma anche piacevole. Il limite di queste operazioni è infatti che, per scardinare il limite della canzonetta, si finisce per produrre dischi che sbrodolano, che sono belli nell’idea che li guida, molto meno nella realizzazione completa.
E’ questo il caso di “Greendale”? Certo è che questo è il primo “concept” di Neil Young in quasi 40 anni di carriera. Le 10 canzoni raccontano la storia di una cittadina californiana e di una famiglia - i Green- coinvolta in un omicidio e quindi assalita dai media. Questo lavoro, ha raccontato Young, è nato per caso: scrivendo le canzoni i personaggi erano sempre gli stessi; perché allora non raccontare una storia completa? Il progetto è nato per caso, ma si è evoluto fino a diventare assai ambizioso: esce pure in una versione che comprende un film in DVD in cui sono visualizzate le gesta delle canzoni; e se andate sul sito ufficiale (all'indirizzo http://www.neilyoung.com/greendale_frames.html) trovate cartine della città, foto, alberi genealogici della famiglia Green e quant'altro. Insomma, Neil Young sembra tenerci parecchio. Tanto che ha dedicato due tour alla presentazione del disco: uno europeo, acustico, in cui la prima parte comprendeva le dieci canzoni suonate in fila. Uno americano con la stessa struttura, ma elettrico.
Rispetto alle canzoni che Young ha presentato nell’unico concerto italiano, lo scorso 3 maggio a Milano, cambia la forma, non la sostanza. Il disco è elettrico, è stato inciso con i Crazy Horse (meno la chitarra di “Poncho” Sampedro, il che dà un suono più essenziale e scarno alle canzoni rispetto ad altri lavori con la band), ma la storia è la stessa. Le canzoni spaziano da lunghe divagazioni elettriche (la bella “Grandpa’s interview” dura quasi 13 minuti, la meno convincente “Sun green” arriva a 12) a qualche accenno acustico con influenze blues, all’organo a pompa di “Bringing down dinner”. In generale troviamo un Young più in palla rispetto all’ultimo “Are you passionate”, o quantomeno più vicino all’idea del suono che ci si aspetta da uno come lui.
In altre parole, Young non si è dimenticato, in un progetto così ambizioso, di rendere le canzoni ascoltabili: volendo si può affrontare questo “Greendale” come un “normale” disco di Young, e l’impatto è comunque notevole. Ovvero: pregi e difetti del canadese, da sempre: grandi idee musicali, grandi melodie, un suono di chitarra unico, ma anche un pò di dispersività. Musicalmente parlando, comunque, "Greendale" è il miglior disco di Young da quel "Mirror ball" inciso con i Pearl Jam.
Se poi lo si affronta come “concept”, il disco rientra nei canoni del genere. Young racconta gesta vicine al suo immaginario: il crimine e la redenzione, la difficoltà di vivere nella società contemporanea senza dimenticare da dove si viene. E lo fa bene, ma con tutti i limiti possibili di ogni “concept album”: ricostruire la storia non è sempre facile, perché le canzoni sono canzoni, e non racconti: hanno meno parole, meno spazio narrativo e necessitano di un grande lavoro interpretativo da parte dell’ascoltatore. Sarà interessante, semmai capire come le canzoni interagiranno con il film (che al momento in cui scriviamo questa recensione non è ancora possibile vedere) e forse allora si capirà quanto le ambizioni di Young abbiano avuto successo anche da questo punto di vista.

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