«DOMANI - Mauro Pagani» la recensione di Rockol

Mauro Pagani - DOMANI - la recensione

Recensione del 15 lug 2003

La recensione

Non deve essere facile per uno come lui, lodato regista di centrocampo di tanti “must” della canzone popolare, tornare in prima linea, scaraventarsi di nuovo in area di rigore. Sottrarsi al rispetto garantito degli addetti ai lavori, che hanno imparato a conoscerlo come uno dei pochi, grandi music maker nostrani, per sottoporsi al fuoco incrociato del giudizio del pubblico e del “mercato”. Sono passati dodici anni, dall’ultima volta (era il 1991 e il disco si chiamava “Passa la bellezza”), e l’ex PFM (e tante altre cose) ci ha riflettuto a lungo. Si sente, vien subito da pensare, ascoltando questo disco denso di storie, suoni ed esperienze; intricato eppure lineare. Un disco ambizioso, in cui Pagani si autocandida al ruolo di cantautore più che a quello di architetto di suoni, scavandosi un sentiero nel filone dei De André e dei Fossati. Canzoni, dunque, e non pretesti per musica d’ambiente, densità poetico-letteraria e non solo gli squisiti arrangiamenti per cui il polistrumentista bresciano va giustamente famoso.
Il pezzo che intitola e apre l’album, “Domani”, è in questo senso il miglior biglietto da visita possibile: bellissima “intro” di pianoforte in stile pop song classica, voce intensa e bruciata dagli anni, melodia “aperta” (spazzolata con leggerezza dagli archi dell’ensemble di Edoardo De Angelis), bel testo sul tempo che scorre verso un altrove sconosciuto. Un filo tematico la lega in qualche modo al pezzo successivo, “Per sempre”, un ipnotico e impalpabile etno-rock (area che Pagani frequenta da tempi insospettabili) nato dalla sovrapposizione con le percussioni, le voci e le melodie (“Obatalà”) dei Sintesis, sacerdoti del sincretismo musicale e della santerìa cubana. E’, “Domani”, un disco che sposta continuamente le sue frontiere geografiche ed emotive, e l’isola di Castro fa da sfondo anche ad altri episodi: la post-moderna, letteraria “Frontefreddo” (un diario di viaggio scritto sul posto, nei dintorni de L’Avana, tra i discorsi di Fidel alla radio e la visione straziante di bimbi devastati dal disastro nucleare di Chernobyl) e la più convenzionale “Quiero”, ancora con i Sintesis, sviluppata a partire da un testo di fine ‘800 del poeta José Marti. In “Nessuno” e “Sarà vero” ci si sposta invece verso il Belpaese e l’Occidente, per mirare dritto al bersaglio: nel primo caso, il presidente del consiglio, la sua compagnia di giro e il malcostume imperante; nel secondo il modello di sviluppo occidentale e la sua presunta superiorità. Sono forse gli episodi più deboli della raccolta, però (per il testo, non per le musiche). Soprattutto il primo: dove, dopo un’apertura affidata ad un intrigante riff in stile raï algerino - spezzato, a metà, da break di reminiscenze progressive – Pagani non rinuncia a qualche abusato cliché per dar sfogo alla sua sacrosanta indignazione civile (nel testo, persino il Gabibbo di “Striscia” si guadagna la sua prima – a memoria - citazione discografica). Decisamente meglio “Psyco p.”, dove Mauro affronta il tema della devianza e della marginalità sociale da un punto di vista soggettivo, quello dell’ “ospite” di un ospedale psichiatrico. Tematiche, tessitura strumentale e cupezza melodica rammentano qui il Peter Gabriel del terzo e quarto album, quello di canzoni come “No self control” o “Lay your hands on me”. Atmosfera altrettanto densa e stratificata in “The big nothing”, dov’è la voce di Raiz degli Almamegretta a cavalcare dolcemente i groove e i loop di un pezzo che sembra voler mettere d’accordo art rock anni ‘70 e Massive Attack: esperimento interessante, ma viziato da un filo di intellettualismo di troppo.
“Alibumaiè”, invece, è bella (molto bella) senza riserve. Siamo a Kinshasa (dove il grido “Alì, uccidilo” veniva rivolto a Muhammad Alì durante il suo leggendario incontro di box con George Foreman), o nella San Francisco beat di Allen Ginsberg, il cui mantra “I beg you come back and be cheerful” si dipana sul testo? Non ha importanza: il suono è placido e riverberato come il movimento di un’onda marina, impossibile non farsene cullare. I riferimenti alti tornano nel bel madrigale in chiusura di raccolta, “Ding ding”, frammenti di testo sovrapposti su una melodia creata originariamente per una composizione shakespeariana. Qui siamo, musicalmente, all’altro estremo del pendolo: voce e bouzouki, massima semplicità ed economia espressiva. Sono le stesse qualità che fanno risaltare “Parole a caso”, dove un Morgan in stato di grazia porta Pagani dalle parti delle sue “canzoni dell’appartamento”, sui sentieri di un pop da camera elegante, intenso e misurato (e la voce di Mauro, così stagionata e “rugosa”, è perfetta nel controbilanciare lo stile più algido del Bluvertigo).
Ligabue lascia un segno altrettanto riconoscibile nella filastrocca un po’ ruggeriana che i due hanno scritto a quattro mani, “Fine febbraio”, spruzzata di jazz blues, spazzole e tromba con la sordina. Non ci sentiremmo però di definirla uno dei pezzi forti, com’è invece “Gli occhi grandi”, portatrice di uno dei versi più ispirati e toccanti del disco (“Amore mio/ queste tre note di violino/mi stacco dal cuore/se le guarderai volare/lasceranno una scia/che è tutto quel che brilla /della vita/mia”). E’ un intimista quadretto acustico per archi e due chitarre salvato dal naufragio di un disco che l’autore non ha mai voluto pubblicare. Quelle canzoni, ha spiegato, non sapevano raccontare storie e pensieri emozionando. Stavolta no: questo, lo si percepisce subito, è un disco nato bene, con il cuore e il cervello al posto giusto.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Domani
02. Per sempre
03. Parole a caso
04. The big nothing
05. Frontefreddo
06. Nessuno
07. Fine febbraio
08. Sarà vero
09. Alibumaiè
10. Gli occhi grandi
11. Quiero
12. Psyco p.
13. Ding ding
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