«TROUBLE NO MORE - John Mellencamp» la recensione di Rockol

John Mellencamp - TROUBLE NO MORE - la recensione

Recensione del 08 lug 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Per capire il ruolo e la statura di John Mellencamp, basta pensare a Bruce Springsteen. Recentemente il Boss in persona del rock verace americano, colui al quale Mellencamp è sempre stato paragonato e dal quale è stato spesso adombrato, ha scritto una canzone che cita apertamente la ricerca musicale proprio di Mellencamp. La canzone è “Waitin’ on a sunny day”, ed è uno dei brani di punta di “The rising” e delle esibizioni dal vivo del tour. Quell’intreccio tra chitarre acustiche e violini sono parte della tradizione folk americana, ma chi le ha portate nel rock con maggiore forza è proprio il nostro, con quel “The lonesome jubilee” che rimane probabilmente il suo capolavoro. Quell’idea, il rocker dell’Indiana l’ha portata avanti per lungo tempo, talvolta accantonandola, per poi tornarci inevitabilmente, come nell’ultimo "Cuttin' heads" (2001).
"Trouble no more" è un disco importante anche solo per questo motivo: contiene 12 cover provenienti dalla tradizione folk-blues che cercano le origini di quel suono. E le trovano con intepretazioni di una forza senza pari: sentite “Johnny Hart” di Woody Guthrie, per esempio o il blues iniziale “Stones in my passway”, rilettura di un altro grande, Robert Johnson. E se proprio volete capire di più di quel pezzo del Boss, ascoltatevi l’arrangiamento di “Teardrops will fall”. E poi non dite che è Mellencamp che ha copiato il (meglio: “si è ispirato al”) Boss, perché è esattamente il contrario.
Al di là di questi discorsi, “Trouble no more” dimostra diverse cose. La forma di Mellencamp, che dopo l’ottimo “Cuttin’ heads” pubblica un altro mezzo capolavoro. Dimostra anche che Mellencamp non è secondo a nessuno, semmai è solo diverso, ma ugualmente grande: il modo in cui attualizza questi brani (talvolta anche riscrivendone le parole, come in “To Washington”) è una lezione di stile impareggiabile. Infine dimostra come l’americanità sia ben lontana dall’essere il bieco patriottismo che ci è piombato addosso in tempi di guerra; l’americanata non è la manipolazione di alcuni valori (vedi il caso del boicottaggio delle Dixie Chicks), ma la riscoperta delle radici di una cultura giovane ma intensa: esattamente quello che fa questo disco.

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