«LOOSE SCREW - Pretenders» la recensione di Rockol

Pretenders - LOOSE SCREW - la recensione

Recensione del 29 mag 2003

La recensione

Da diversi anni a questa parte, Chrissie Hynde sembra essersi imposta ritmi di lavoro più rilassanti rispetto al passato. Del resto, il tempo passa, il mondo del rock è cambiato e lei non è più la ragazzotta che bazzicava il giro dei punk londinesi prima dell'esplosione del 1976 e scriveva recensioni caustiche per il New Musical Express. Invecchiare è da sempre una faccenda difficile nell'arena del rock 'n' roll e l'avanzare dell'età spesso moltiplica le possibilità di partorire dischi più o meno imbarazzanti. Se l'idea di diluire le uscite discografiche è dovuta alla volontà di evitare simili infortuni, si può dire che sta funzionando. "Loose screw", senza dire niente di particolarmente nuovo, è infatti una gradevole aggiunta alla discografia dei Pretenders. La maggiore nota positiva resta sempre la voce della leader, ammaliante come all'epoca di "Brass in pocket". Il resto lo fanno una serie di canzoni che ricalcano schemi già ampiamente battuti dalla Hynde nel corso degli anni, ma lo fanno in modo convincente. Anche sequenze di accordi comunissime come quella di "You know who your friends" hanno il sapore di vecchie ricette ben realizzate, non quello di minestra riscaldata. La vecchia predilezione della cantante per il reggae riaffiora spesso (in "Time", "Complex person", "Nothing breaks like a heart" e "Clean up woman"), mentre resta un po' sullo sfondo il suo lato più aggressivo, comunque rappresentato bene dall'iniziale "Lie to me" (riff alla Neil Young e ritornello martellato, avrebbe fatto la sua figura anche sui primi due album) e dal rock/soul di "Kinda nice, I like it". I fan della Hynde più sospirosa e sensuale possono puntare invece su "I should of", con tanto di intro di archi (non invadenti, fortunatamente): se qualcuno si era preso una cotta adolescenziale per lei, probabilmente avrà un piccolo tuffo al cuore quando Chrissie butta lì un "oh fuck, I really miss you" con un sussurro che suona come un corrispettivo femminile del Mick Jagger più ruffiano. Aggiungiamo pure che i compagni di strada costruiscono arrangiamenti misurati e discreti da classica guitar-band, qua e là punteggiati da qualche trucchetto elettronico minimo. Il risultato è un album che probabilmente non finirà in nessuna classifica di fine anno ma si ascolta piacevolmente fino in fondo. Per i vecchi fans, un acquisto più o meno obbligato.

(Paolo Giovanazzi)
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