«MARY STAR OF THE SEA - Zwan» la recensione di Rockol

Zwan - MARY STAR OF THE SEA - la recensione

Recensione del 07 feb 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Gli Smashing Pumpkins sono morti, viva gli Smashing Pumpkins! Ci eravamo lasciati poco più di due anni fa, alla fine del 2001, con lo scioglimento della band di Billy Corgan – certamente una delle più importanti e controverse realtà del rock degli anni ’90 - e con un album inedito fatto circolare solo in rete, tra i fan (vedi news). Dopo l’esplosione, dovuta alle laceranti tensioni interne, il silenzio, interrotto solo da un best of (con CD di inediti e rarità) e da un live, pubblicato negli scorsi mesi ma registrato ad inizio carriera.
Ora, 2003, ritroviamo Billy Corgan – che dei Pumpkins era l’anima e il despota – con una nuova band, Zwan, formata insieme al collega Jimmy Chamberlin (batteria) e a Matt Sweeney (chitarra), David Pajo (chitarra/basso), e Paz Lenchantin (basso). Tutti provengono da formazioni più o meno note: Sweeney dal punk (Skunk, Chavez erano i suoi gruppi precedenti), Pajo da Slint e Papa M e la Lechantin dagli A Perfect Circle.
Tutto e niente è cambiato. Anche se, lo diciamo subito, questo “Mary star of the sea” è un gran bel disco. Ma nulla di particolarmente nuovo o sconvolgente.
E’ un disco di rock più secco, diretto e meno cerebrale delle ultime prove dei Pumpkins: si vede che Corgan ha ritrovato la gioia e il piacere di tornare a suonare, una volta finite le beghe del vecchio gruppo. Sentite il singolo “Honestly” e ve ne accorgerete subito. Così come vi accorgerete che, in alcuni momenti, si hanno dei deja vu, che si ripetono frequentemente nell’ora e passa del disco. Certo, manca la chitarra di James Iha, ma la scrittura e la voce di Corgan è talmente riconoscibile che è impossibile non pensare ai Pumpkins.
“Honestly” è il prototipo di canzone rock molto melodica che domina tutto il disco, come in “Lyric” o “Baby let’s rock”. In “Come with me” si arriva quasi al pop, mentre, qua e là, rispuntano accenni new wave – vecchio amore di Corgan – come nel riff di “Settle down” o le ballate (“Desire”, “Until I die”). La direzione è generalmente quella di una sorta di ritorno verso lidi più orecchiabili, anche se non manca un corposo accenno ai deliri sonori tipici dei Pumpkins (i 14 minuti “sonici” di “Jesus”),
Altra “novità” sono gli espliciti accenni mistici dei testi. Novità parziale, perché l’ultimo disco degli Smashing Pumpkins portava pur sempre il sottotitolo di “The machines of God”, “Le macchine di dio”. Ma Corgan, in queste canzoni, parla di “crociate”, di “Dichiarazioni di fede” (“io dichiaro me stesso e la mia fede”, “Siamo nati per amare”), di Gesù (“Gesù, ho preso la mia croce”).
Quale sarà la reazione dei fan degli Smashing Pumpkins, che non sono pochi, a “Mary star of the sea”? Impossibile saperlo con certezza in anticipo, ma è facile ipotizzare che sarà accolto bene. Perché in fin dei conti è un disco in equilibrio tra passato e futuro: queste canzoni non dimenticano da dove arriva Billy Corgan (anzi, ce lo ricordano parecchio), ma neanche sono imitazioni pedisseque di un sound che era giunto - forse - al capolinea. Quanto basta per ripartire per una nuova avventura, e godersi il viaggio.

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