«RIMMEL - Francesco De Gregori» la recensione di Rockol

Francesco De Gregori - RIMMEL - la recensione

Recensione del 14 lug 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

Francesco de Gregori ha 24 anni quando la sua carriera prende una piega tutto sommato inaspettata, tanto che da allora l’epopea degregoriana suole essere divisa in a.R. e d.R., “avanti Rimmel” e “dopo Rimmel”: il brutto anatroccolo arrivato ultimo al “Disco per l’estate” 1973 con “Alice” si è trasformato nel cigno in grado di sfornare un ellepi col botto.
Nel ’75 De Gregori è al terzo album, quarto se consideriamo il disco d’esordio “Theorius Campus”, inciso insieme - una facciata a testa - ad Antonello Venditti, e ha già collaborato con Fabrizio De André per il “Vol. 8” del cantautore genovese (al quale ha portato in dote l’amore per Dylan, testimoniato dalla versione italiana di “Desolation row”, “Via della povertà”). È però ancora un artista di nicchia, una nicchia oltretutto di sinistra, che all’epoca non significa propriamente un lasciapassare per il successo di massa.


Ma “Rimmel”…“Rimmel” è speciale: speciale nel mettere tutti d’accordo, destri e sinistri, impegnati e non so, tanto che alla fine dell’anno l’album risulterà il secondo più venduto dopo (ahinoi) “Profondo rosso” dei Goblin; speciale nel suscitare prese di posizione anche sorprendenti. Così, se l’integerrimo giornalista Giaime Pintor scrive di “banalità musicale da canzonetta anni Sessanta impreziosita da alcuni arrangiamenti barocchi con un occhio al rock morbido della quarta generazione inglese” (prendere il fiato) e testi tanto ermetici “che le sue parole non si aprono a nessuna interpretazione”, la non ancora compagna di strada (e, inaspettatamente, di classifica) Giovanna Marini sarà di tutt’altro parere: “Ha dei testi molto difficili, non mi stupisce che all’epoca in cui è uscito nessuno ci capisse niente. Ma lui non faceva calcoli, lui diceva quello che doveva dire. Aveva bisogno di raccontarti la sua anima per salvarla. C’era moltissima libertà nei testi e anche nella musica".
Libertà in tutti i sensi, se è vero - com’è vero, e l’ha ammesso De Gregori in persona - che la tanto celebrata “Buonanotte fiorellino” è quasi una cover della dylaniana “Winterlude” da “New morning” (e pensare che Francesco si sarebbe incazzato come una iena molti anni dopo solo perché Gianni Morandi aveva osato inserire un frammento del walzerino in un medley). Ma i richiami all’immenso Bob non sono solo quelli ai limiti del plagio: certi impasti sonori di pianoforte e organo (fin dalla title track) ricordano per esempio il Dylan della “scandalosa” svolta elettrica. Niente di male, comunque: a ognuno i suoi maestri, e soprattutto l’importante è imparare la lezione e metterla a frutto. Cosa che Francesco fa alla perfezione, tanto che un brano come “Pablo”, le cui note pure sono state scritte dal futuro partner di oceaniche adunate Lucio Dalla (la sua voce fa capolino in “Quattro cani”), è una canzone degregoriana per eccellenza, musicalmente evoluta e puntuale nell’introdurre temi sociali (immigrazione, morti sul lavoro) in un album a discreto tasso sentimentale (ma certo “amore” e “cuore” non abitano qui).
Da questo punto di vista, però, il capolavoro è “Le storie di ieri”, bellissima inconsueta introduzione di contrabbasso e strepitoso assolo conclusivo del troppo presto dimenticato sassofonista Mario Schiano: per la levità (attenzione: non leggerezza) con cui parla del fascismo, meriterebbe a pieno titolo di essere inserita nelle antologie scolastiche. Un’autentica “canzone popolare”, di quelle - parafrasando Fossati - che bisogna alzarsi quando passano e che sarebbe potuta tranquillamente entrare nel “Fischio del vapore”, tra “Sacco e Vanzetti” e “Saluteremo il signor padrone”.
Il resto… il resto è ancora storia, e allora - non prima d’aver omaggiato la sublime “Pezzi di vetro” - proviamo a rendere un po’ meno ermetici certi testi: per più d’uno saranno sorprese. Il signor Hood “con due pistole caricate a salve ed un canestro di parole” non è certo Mimmo Locasciulli, come ha buttato lì qualcuno, bensì Marco Pannella, al quale il brano è dedicato fin dal titolo, sia pure prendendone rispettosamente le distanze (“a M. con autonomia”); i “Quattro cani” dovrebbero essere lo stesso de Gregori (il cane da guerra che “nella bocca ossi non ha e nemmeno violenza”), l’amico-nemico Antonello Venditti (il bastardo “che conosce la fame e la tranquillità”), la divina Patty Pravo (la cagna che “quasi sempre si nega, qualche volta si dà”) e il musicista, arrangiatore e produttore Italo “Lilli” Greco, il padrone che “non sa dove andare, comunque ci va, va dietro ai fratelli e si fida”.
Resterebbe il pianista di “Piano bar”: se davvero è Venditti, la cattiveria di Francesco non ha niente da invidiare a quella di John Lennon quando dà del dormiglione a Paul McCartney in "How do you sleep?". Un “uomo di poca malinconia” che “nella punta delle dita” ha “poco jazz” e “vende a tutti quel che fa”, “solo un pianista di piano bar” che suonerà e canterà “fin che lo vuoi sentire”. Licenze (o licenziosità?) poetiche comunque non in grado di intaccare il valore di un disco tra i più belli di Francesco. A proposito: a quando un album come “Rimmel”?

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