«A NEW DAY AT MIDNIGHT - David Gray» la recensione di Rockol

David Gray - A NEW DAY AT MIDNIGHT - la recensione

Recensione del 28 ott 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Una folgorazione, nulla di più nulla di meno. Questo fu “White ladder” di David Gray: sia per chi ebbe la ventura di procurarselo poco dopo la sua prima uscita come disco autoprodotto, nel 1998, sia per chi lo scoprì un paio d'anno più tardi, quando esplose grazie a singoli come “Babylon” o “Please forgive me”, gioielli di cantautorato elettronizzato con rudimentali ma efficacissime batterie elettroniche.
“White ladder” ha venduto diverse milionate di copie, diventando un piccolo grande caso, e Gray ha pure avuto una nomination per il Grammy. Ha risollevato una carriera fatta di dischi altrettanto belli, ma sostanzialmente ignorati dal pubblico e dalle case discografiche. Tale era, bello e ignorato, pure “Lost songs”, uscito (volutamente) in sordina dopo “White ladder”: un disco di canzoni acustiche dimenticate, pubblicato per riappropriarsi di un passato che il successo stava spazzando via.
Diverso è il discorso per questo “A new day at midnight”, che è il vero e degno seguito di “White ladder”, nelle intenzioni musicali e nelle aspettative generali. E’ un disco di canzoni tradizionali rivisitate con un uso moderato (ma più presente che nell'album precedente) della tecnologia. Ed è un disco sui cui si punta molto: Gray, in fin dei conti, in Inghilterra è ormai una star.
A scanso di equivoci: la credibilità di Gray non si gioca su questo album, perché “A new day at midnight” non è la seconda prova di un miracolato della classifiche. E’ il sesto disco di un artista cresciuto poco alla volta, superando difficoltà immense. Un musicista che non ha nulla da dimostrare in termini artistici, ma dal quale ora si aspettano grandi cose in termini commerciali.
“A new day at midnight” è un altro piccolo gioiello, anche se probabilmente non raggiunge le vette di “White ladder”. Questo solo perché ripetere un capolavoro non è sempre possibile. Comunque, Gray ha scelto di portare avanti una strada, quella della contaminazione tra musica cantautorale ed elettronica, che lui stesso ha contribuito in maniera determinante a lanciare. Ha scelto di arrangiare un po’ di più le sue canzoni, così perdendo qualcosa in quella bellissima dimensione naif che contraddistingueva il lavoro precedente. Sentire “Caroline”, per esempio, o “Be mine”: belle, ma un po’ troppo arrangiate. Ha scelto pure di mettere in secondo piano la chitarra acustica a favore del piano. Scelte inevitabili, per evitare l’autoplagio, ma che alla lunga fanno perdere qualche (minimo) colpo al disco.
Fatti questi appunti, “New day at midnight” è un disco prezioso, intimo e malinconico come tutta l’opera del suo autore. Lo è in particolar modo in questa occasione perché il tema di fondo di diverse canzoni è la perdita, il dolore. Come nel capolavoro dell’album, il singolo “The other side”, ballata per piano e batteria elettronica dedicata al padre scomparso. “A new day at midnight” sfiora il capolavoro in almeno un paio di altri momenti, soprattutto in “Freedom” e “Real Love”, che ricreano la magia di “White ladder”. E’ un album mai meno che bello e avvolgente. E' forse penalizzato dall’essere anche meno immediato, forse meno soprendente del suo predecessore. Ma, in definitiva, dimostra la caratura di un musicista che, finalmente, è pronto per essere considerato uno dei grandi della canzone d’autore contemporanea.

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