«DEMOLITION - Ryan Adams» la recensione di Rockol

Ryan Adams - DEMOLITION - la recensione

Recensione del 08 ott 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Signore e signori, ecco a voi Ryan Adams: geniale, istrionico, irrefrenabile, prolisso, creativo, iperattivo. Così iperattivo che ad appena un anno dall’acclamato “Gold” pubblica subito un altro album. O quasi: “Demolition” è in realtà una raccolta di demo incisi negli ultimi tempi, con diversi musicisti, per dischi che non hanno visto la luce e forse non la vedranno mai. Tra un disco di cover degli Strokes (che a quanto pare esiste sul serio, non è un invenzione della stampa inglese, ma non verrà mai pubblicato) e il vero seguito di “Gold” (già inciso in pochi giorni, in uscita il prossimo anno, secondo l’NME), Adams non è riuscito a stare con le mani in mano, neanche discograficamente. Perché in realtà molti musicisti sono (quasi) come lui: diecimila idee, diecimila canzoni registrate. Ma poi in pochi pubblicano queste idee, per paura di rompere la regola aurea del music-biz che dice: un disco ogni due anni.
Ryan Adams, no, non ce la faceva a tenere per sé queste canzoni, e così eccole qua. E’ un bene o un male? Entrambi. E’ un bene, nel senso che “Demolition” fa pensare agli anni ’60 e ‘70, quando i dischi si pubblicavano a getto continuo. E d’altronde, Adams è un’artista d’altri tempi. Ma è anche un male, almeno parziale, nel senso che queste canzoni non sono all’altezza di quelle di “Gold”. Non fraintendiamoci: “Demolition” è un bel disco, e la qualità è una spanna sopra la media della musica rock che arriva dagli Stati Uniti. Però questo è un album ovviamente un po’ slegato, dove ballate acustiche o country (che ricordano gli esordi solisti di “Heartbreaker”) si alternano senza una vera logica a canzoni più rock. Queste ultime (vedi “Nuclear” o “Cry on demand”, “Gimme a sign”, in cui si sente l’influenza dei Replacements) sono di gran lunga gli episodi migliori dell’album; che ha il suo più grande difetto nella mancanza di ballatone come “Nobody girl” o “La Cienega just smiled”, apici di “Gold”. “Tennessee sucks” o “Jesus (Don’t touch my baby) ”, per quanto belle, non reggono il confronto.
In definitiva: una prova conferma la statura di Ryan Adams quale uno dei maggiori talenti del songwriting americano odierno. Un succulento antipasto, ma nulla a che vedere con la portata principale: il prossimo disco “vero”. Da quella pietanza ci si aspetta un gusto sopraffino, nulla di meno.

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