«LOST IN SPACE - Aimee Mann» la recensione di Rockol

Aimee Mann - LOST IN SPACE - la recensione

Recensione del 09 set 2002

La recensione

Certo, c’è stato il mai troppo lodato “O brother...” di T-Bone Burnett e dei fratelli Coen. Sicuro, in molti hanno apprezzato la colonna sonora che Badly Drawn Boy ha confezionato su commissione per “Un ragazzo”, trasposizione cinematografica del romanzo di Nick Hornby che ancora aspettiamo di vedere nelle nostre sale cinematografiche.
Ma pochi matrimoni tra cinema e musica, ultimamente, erano riusciti felicemente come quello che ha unito i destini del cult movie “Magnolia” e di “Bachelor # 2”, l’album che ha catapultato Aimee Mann oltre il recinto della scena cantautoral-amatoriale americana (curioso che sia successo proprio dopo il litigio con la major Geffen/Universal ed il conseguente passaggio all’autoproduzione). In quella circostanza, con un procedimento inedito o quasi, il giovane regista Paul Thomas Anderson aveva cucito diversi passaggi della sceneggiatura intorno alle canzoni della cantautrice della Virginia, ed entrambi avevano finito per beneficiare dell’accoppiamento. Le parabole di umanità fragile e disperata messe in scena dall’autore di “Boogie nights” non avrebbero potuto trovare commento sonoro più calzante e compassionevole dei valzeroni agrodolci e delle terse ballate chitarristiche della Mann: alcune delle quali sottolineavano le sequenze più emotivamente coinvolgenti del film, finendo per portarsele appresso anche in occasione dei successivi ascolti sganciati dalle livide immagini della pellicola.
Con il cinema, Aimee mantiene un rapporto privilegiato: suo marito Michael, anch’egli cantautore di una certa fama e presente nel disco, è il fratello di Sean Penn; e una composizione recente della songwriter, “Todays’ the day”, è il tema conduttore dell’ultimo film che ha per protagonista Jennifer Lopez, “Enough”.
Nel complesso, però, il nuovo “Lost in space” non può contare su un additivo della forza di “Magnolia”, con il problema ulteriore di ricalcare fin troppo da vicino cadenze ed umori del suo predecessore. Manca, a voler cercare il pelo nell’uovo, anche una canzone vincente del calibro di “The fall of the world’s own optimist”, uno dei migliori regali che il sempre generoso Elvis Costello abbia dispensato ultimamente in giro. Tolto Costello e tolto Anderson, cosa rimane? Rimangono la solida qualità di scrittura e la fine capacità d’introspezione psicologica della Mann, una dark lady in biondo a cui piace far passeggiare le sue creature sul precipizio buio dell’esistenza (“Lascia che sia la tua eroina”, canta tra gli evocativi riff country-blues di “High on Sunday 51” lasciando aperta la porta a molteplici interpretazioni; mentre in “Guys like me” l’ambiguità la fa da padrona fin dal titolo). Le sue canzoni, che mai si spingono oltre il limite di velocità del “midtempo”, sono di quelle che si rivelano un poco alla volta anche se difficilmente colgono di sorpresa. Segno, comunque, che c’è dell’altro, sotto la gradevole buccia pop di titoli come “Humpty dumpty”: aiutano la voce morbida e dolente della songwriter nonché, nella circostanza, da svisate elettriche un pizzico più robuste che nel disco precedente (è il caso della title track e soprattutto di “Pavlov’s bell”, dove distorsioni chitarristiche e archi sfuggenti attraversano rapide come nuvole in cielo l’orizzonte sonoro). La già citata “Today’s the day” è uno dei pezzi che più ricordano la sua precedente collezione, mentre in “Invisible ink” il quieto quadretto da camera in stile Suzanne Vega prepara il terreno ad un crescendo d’archi, chitarra acustica e languidi, sdrucciolevoli contrappunti di chitarra elettrica (simile il canovaccio di “This is how it goes”): uno di quei brani in cui Aimee dimostra di saper volare alto. Tra echi beatlesiani, chitarre riverberate e arrangiamenti di misurata inventiva (tra effetti Leslie, autoharp, cetre, clavicembali, synt e loop percussivi spunta anche il glorioso theremin) “Lost in space” accarezza e seduce come sempre: sembrano però mancargli quel quid immateriale, quel senso di compiutezza poetica e quella freschezza che hanno fatto di “Bachelor # 2”, per ora, il piccolo capolovaro della Mann.
(Alfredo Marziano)
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