«BRUCE SPRINGSTEEN: TRACKS - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - BRUCE SPRINGSTEEN: TRACKS - la recensione

Recensione del 11 nov 1998

La recensione

Eccolo qui, finalmente, il cofanetto del Boss. Quattro CD, oltre quattro ore di musica, e alla fine possiamo aggiungere - di ottima musica. Se l’ascolto di un estratto di venti brani non permetteva una valutazione ‘ponderata’ del box, tante e tali erano le mutazioni stilistiche che si potevano via via ascoltare, l’intero cofanetto assolve con grande completezza al compito di rappresentare una sorta di percorso parallelo nella storia musicale del boss, evidenziandone luci (soprattutto per quanto riguarda i primi due CD) e ombre (diciamo parte del terzo e del quarto CD). Le luci derivano dall’aver ritrovato il vecchio amico, ‘the old buddy’ che un po’ di tempo fa avevamo perso di vista: il suo rock’n’roll, scalciante e irriguardoso, contagioso e vitale è ancora tutto qui. Le ombre derivano dal fatto che, pur essendo dei grandi ammiratori dello Springsteen ‘intimista’ non possiamo non notare un filo di stanchezza affiorare da quelle composizioni, dando a volte l’impressione di un’ispirazione - almeno a livello musicale - provata. Non mancano però anche qui i momenti di grande musica e di grande poesia, nei quali il Boss si conferma uno dei più grandi, istintivi ed efficaci narratori che l’America possa vantare. "Tracks" è in questo senso una vera e propria epopea, un "The basement tapes" personalizzato nel quale Springsteen offre - attraverso un inedito se stesso - la possibilità di osservare con maggiore nitidità quel grande affresco d’insieme che è il rock d’autore americano. Ma passiamo al contenuto dei singoli CD...

CD1: energia, nostalgia, sudore e spavalderia. Il ribelle del rock’n’roll.
Il primo cd contiene 17 registrazioni risalenti ad un arco di tempo che va dal 1972 al 1977. Particolarmente suggestive le prime quattro tracce, registrate tutte ai CBS Studios di New York nel corso dell’audizione che il 3 maggio 1972 Bruce Springsteen tenne al cospetto dell’A&R Columbia John Hammond: "Mary queen of Arkansas", "It’s hard to be a saint in the city", "Growin’ up" e "Does this bus stop at 82nd street?", registrate chitarra e voce, mettono davvero i brividi. I brani compariranno, seppure in un’altra forma, su "Greetings from Asbury Park", l’album di debutto di Springsteen, ma qui Bruce offre delle interpretazioni di un’intensità incredibile, offrendo già l’immagine del vagabondo del rock’n’roll. È ancora uno Springsteen semiacustico quello che troviamo in "Bishop danced", brano registrato il 19 febbraio 1973 nel corso di un concerto al Max’s Kansas City, scalmanato e carico di energia. Quattro sono invece i brani registrati nel corso di un’altra magica session, quella svoltasi il 28 giugno del 1973 negli studi 914 Sound Recording: prima dell’uscita dell’album "The wild, the innocent.." il Boss incide "Santa ana", "Seaside bar song", "Zero and blind Terry" e "Thundercracks", capitoli di un’epopea rock’n’roll che racconta di nottate trascorse in giro, Cadillac di papà e ragazze dai lunghi capelli neri, sedili ribaltabili e profferte amorose, amicizie, lune piene e fughe verso la libertà, eroi per una notte e poliziotti a sedare le risse, senza mai dimenticare l’amore per la musica. "Seaside bar song" contiene la frase "the highway is alive tonight", che il Boss riprenderà, con mutato spirito, nel testo di "The ghost of Tom Joad" oltre vent’anni dopo. "So young and in love" e "Linda let me be the one" fanno parte dei brani in origine assemblati per l’album "Born to run": il primo risale al febbraio 1974, il secondo - registrato finalmente con la E-Street Band al completo, manca soltanto Little Steven che entrerà nel gruppo nel giro di un mese - è del giugno 1975. Sono due brani molto ‘derivativi’, in stile anni ’50, dove Springsteen si esibisce rispettivamente in un brano trascinante e in una ballad che pone le basi, nell’andamento ritmico e nella melodia, per un altro pezzo lento scritto per "The river", "I wanna marry you". Da notare in "Linda let me be the one" la rima tra "spare parts" e "broken hearts", anch’essa riutilizzata in seguito proprio nel brano "Spare parts", a testimonianza di una poetica rock’n’roll a fuoco sin dagli esordi. "Thundercrack", "Give the girl a kiss", "Iceman", "Hearts of stone" e "Don’t look back" provengono invece tutte dalle session del 1977 per la registrazione di "Darkness on the Edge of town". Il suono è quello del disco, anche se ai pezzi manca forse in parte quella esaltata cupezza che è caratteristica dei brani alla fine scelti per figurare sull’album. Gli ammiccamenti sessuali di "Thundercrack" lasciano spazio al romanticismo da strada di "Give the girl a kiss" - un vero salto indietro al sound rotondo e soul di "E street shuffle" -, mentre "Iceman" torna a riproporre il tema della strada e della fuga in una sorta di immaginario seguito a "Racing in the streets" e l’amore infelice aspetta rabbioso il calare delle tenebre in "Bring on the night". "Hearts of stone" è una ballad in stile ‘ultimo lento’, un po’ troppo retorico forse nell’incedere, "l’ultima chance per i cuori di pietra" suggerisce Springsteen nel ritornello, firmando una canzone che in seguito darà il titolo ad un album di Southside Johnny. "Don’t look back" è bel rock’n’roll, che per molti versi anticipa nel suono di tastiere e nei break della ritmica, il suono garage di "The river", mentre la citazione finale è per "Rendezvous", brano registrato live al Record Plant e improntato ancora sull’epica della ‘fuga di cuori’. La canzone troverà posto su un album solista di Little Steven.

CD2: i classici. Il rock’n’roll e le sue mille strade blu
"The river", "The river" e ancora "The river". Vale a dire Springsteen in stato di grazia. Dei 17 brani che coprono il periodo 1977-83, ben 11 provengono dalle session di quel disco, registrate tra il 1979 e l’80. E sono 11 classici, probabilmente eliminati dall’album perché pubblicare un triplo sarebbe stato eccessivo. È incredibile notare la facilità di scrittura dello Springsteen di quel periodo, che per il doppio album ‘chiude’ una quantità incredibile di brani: "Restless nights" - una delle outtake più famose e un classico dal vivo - è la prima corsa nella notte, mentre Poi arriva "Roulette", ed è il capolavoro: "Jackson Cage" e "The ties that blind" sono appena dietro l’angolo dello Springsteen che racconta di quanti ‘giocano a roulette con la mia vita’. "Dollhouse" è un altro momento maiuscolo, quadretto sconsolato di una storia d’amore che sta per finire, di "una casa di bambola che sta per crollare". "Where the bands are" è lo Springsteen innamorato della musica, una "Rockin’ all over the world" alla sua maniera, un vero e proprio inno per musicisti, da suonare rigorosamente in jeans. "Loose ends", altro classico da concerto, riprende nel suono le tematiche di "Darkness...", arricchendole di una nuova carica e di una ritrovata semplicità. "Living on the edge of the world" è puro rock’n’roll, mentre "Take’em as they come" sfiora nuovamente il capolavoro. "Be true", secondo brano in scaletta nel "Tunnel of love tour", vive qui in una versione indiavolata come lo era quella live, "I wanna be with you" e "Mary Lou" sono una romantica ballad e una canzone di redenzione per una ragazza che sogna di diventare una stella. "Stolen car", presente anche su "The river", è qui proposta in una versione differente per struttura e testo. L’ultimo legame con il 1977 è qui mantenuto da "Ricky wants a man on her own", ulteriore estratto dalle session di "Darkness..", un brano dall’andamento quasi rockabilly, ma già distante dal suono cavernoso di quell’album e più vicino all’asciuttezza di "The river", pur senza possedere - di quelle session - la potenza che su questo CD è egregiamente messa in evidenza. A chiudere, alcuni estratti dalle session di "Nebraska" e "Born in the USA": "A good man is hard to find", del 1982, si rivela essere forse un po’ troppo di maniera, mentre assai meglio va con "Born in the USA", qui registrata in una take acustica, lontana anni luce dal megahit da stadio che la renderà popolare in tutto il mondo. Blues e sofferente nell’interpretazione, la canzone non troverà posto sull’album "Nebraska" perché Springsteen non è soddisfatto della sua resa, ma in compenso diverrà la title-track dell’album successivo. Da notare che una superba versione acustica di "Born in the USA" è stata offerta da Springsteen nel corso del tour di "Tom Joad" ed è contenuta come b-side sul singolo "Missing". Chiudono l’album due brani risalenti al gennaio 1983, "Johnny bye-bye", appena un abbozzo acustico che racconta la morte di Elvis, e "Shut out the light", un altro brano intimista - anche questo del 1983 - di grande intensità. Di entrambi non c’è traccia su "Born in the USA", ma adesso possiamo dirlo un torto riparato.

CD 3: gli anni del successo (professionale) e dei fallimenti (sentimentali)
18 canzoni, appartenenti ad un arco di tempo in cui avvengono fatti cruciali per la carriera del Boss. Sono gli anni che vanno dal 1982 al 1987, ossia da "Nebraska" al grande successo di "Born in the USA" fino alla crisi esplorata di "Tunnel of love". Un primo blocco di canzoni (sono 4) appartiene a sessions svoltesi nel 1982: "My love will not let you down" riprende a grandi linee il testo di "Bring on the night" utilizzando le stesse immagini per descrivere un amore febbricitante e inquieto, anche se l’effetto qui è ancor più enfatico e poderoso e il suono ancora imparentato a "The river". Uno dei momenti migliori del CD. "This hard land", splendida ballad in seguito pubblicata tra gli inediti del "Greatest hits" del Boss, cede poi il passo a "Frankie", brano sognante che in qualche modo anticipa gli andamenti armonici di "Human touch", con un suono dimesso che ha poco a che vedere con le chitarre ipervitaminiche di "Born in the USA". Splendida la coda strumentale che riecheggia da lontano gli accordi leggendari di "Badlands". "Lion's den" è un brano swingato con l’apporto di una bella band di fiati, ma il risultato è molto scolastico, nel senso che alla fine ci troviamo di fronte alla classica canzone di Springsteen, forse un po’ lenta nel decollo. Il secondo gruppo di canzoni appartiene alle session della primavera successiva, anno di grazia 1983, e la scrittura si è fatta decisamente più rock’n’roll, maggiori sono i riferimenti alle radici che poi affioreranno compiutamente in "Born in the USA": "Cynthia" è un tipico brano nello stile rock di Springsteen, forse tenuto fuori da "Born in the USA" perché riecheggia per certi versi un brano come "Bobby Jean". "Car wash" è uno splendido episodio che coniuga carica, divertimento e poesia di strada, mentre "Pink cadillac", anche questa una canzone che parla di automobili, riprende il tema di Peter Gunn e ci crea sopra un perfetto psychobilly rurale, che torna al suono e agli echi di voce di "The river" (il brano è stato poi eseguito da una Natalie Cole alle prime armi). "Janie don't you lose heart" è una semi-preghiera sussurrata, un invito a non rinunciare alla propria purezza per quanto le cose possano non andare come dovrebbero. Ancora più movimentate le session del 1984: "Tv movie" è un brano concitato, dall’andamento rock’n’roll in puro stile Jerry Lee Lewis, un vero salto nel tempo con la E street band che si diverte a pestare come alla festa del liceo. Con "Stand on it" è ancora tempo ‘rock’n’roll high school’, la E street band che gira che è una bellezza e Springsteen che vorrebbe farli ballare tutti, e imposta la voce (con l’eco) come i rocker da cui ha attinto linfa da ragazzino. Roy Bittan fraseggia come farebbe "il Killer", per un pezzo che è un concentrato di energia. "Brothers under the bridges" non potrebbe che chiudere degnamente questa trilogia, ricordando da lontano l’andamento di "No surrender", ma concedendosi delle variazioni melodiche molto poco ortodosse per Springsteen, qui forse un po’ troppo retorico. Due i brani del 1984: il primo, "Rockaway the days", ha l’andamento ritmico di "Sweet home Alabama", pur senza ricalcarne con forza il riff, per un’altra storia che termina con un matrimonio e di una sepoltura celebrati vicino ad un fiume. "Man at the top" è un brano ‘leggero’ e countryeggiante sulla smania di successo e sulla solitudine che questo comporta: Springsteen vede ancora la piramide dal basso, con la frenesia di chi deve ancora arrivare. Basterà il successo di "Born in the USA" a fargli cambiare idea (cfr. "Local hero"). I brani del 1987 sono completamente diversi da quanto ascoltato finora: "Two for the road" è già il manifesto del neominimalismo che Springsteen accosterà sempre più spesso alla sua musica, un andamento morbido per un’ennesima - questa volta malinconica - partenza in due. La stessa malinconia country che ammanta di sé anche "When you need me", brano dal testo sin troppo retorico e dalla struttura musicale quantomai fragile, che ricorda a tratti "Heaven will allow". "The wish" è un pezzo splendidamente autobiografico, in cui Bruce tratteggia il ricordo di sua madre con grande dolcezza e di quel regalo di Natale - una chitarra - che cambiò la vita della famiglia Springsteen per sempre. Una foto del Boss a nudo, con un testo che imbarazza quasi per quanto è fragile e scoperto, un momento di pelle d’oca. "The honeymooners" è una cronaca non priva di ironia di una festa di matrimonio, mentre "Lucky man" conferma la vena acustica di Springsteen.

CD4: acustico e meditativo, intimista e amaro
Sono le session più recenti, registrate in massima parte a Los Angeles (città in cui Springsteen si era trasferito a vivere, anche se è di queste ore la notizia del suo ritorno nel natìo New Jersey) quelle che hanno accompagnato la realizzazione dei suoi unici tre album di studio pubblicati negli anni ’90 (almeno finora), "Human touch", "Lucky town" e "The ghost of Tom Joad". Unico brano del 1989, "Trouble in paradise", è l’ennesimo quadretto di crisi coniugale e domestica messo in una musica alquanto statica e sorretta solo dall’interpretazione intensa del Boss. Passando ai brani registrati nel ’90, "Leavin' train" è un pezzo grezzo e ‘sudista’, di grande carica, cronaca di un momento di crisi sentimentale in cui "i tuoi occhi sembrano un treno che va via". "Seven angels" è il classico capolavoro minore, che sarebbe stato degno di figurare sui due album cui il Boss lavorava in quel periodo, "Human touch" e "Lucky town": "Ho sette angeli che mi dicono cosa fare", dice Bruce nella canzone, ma alla fine "l’ultimo mi dice che stai mentendo". In "Sad eyes" Springsteen ritrova un attimo di leggerezza, per confezionare un brano che sta tra Eric Carmen ( "I wanna hear it from your lips"), Chris Isaak e il Grande Padre Roy Orbison. "My lover man" è una ballad canonica di grande spessore nel testo, mentre "Over the rise" sembra "Roll of the dice" in una versione privata di qualsiasi strumento, eccezion fatta per una chitarra e una tastiera minimale. "When the lights go out" torna a lambire il territorio r&b cui sembrano ispirarsi - silentemente - molte delle ultime composizioni di Springsteen (realizzate secondo lo schema tipico del blues): il tema, neanche a dirlo, è quello della fiducia malriposta, del tradimento. "Part man, part monkey", già classico dei concerti live ai tempi della E street band, qui è registrata dal solo Springsteen in compagnia di Omar Hakim e David Sancious: il pezzo non ha quasi più traccia del ‘tiro’ che ne caratterizzava la versione live. "Loose change" conferma la vena intimista, almeno dal punto di vista musicale, seppur sorretta da immagini vivide nei testi: (la storia di un incontro, di una notte trascorsa insieme, di una nuova solitaria partenza). "Happy", scritta per "Lucky town", è una canzone crepuscolare ma al tempo stesso serena sull’appagamento sentimentale, con il solito filo di tastiere a delineare atmosfere e orizzonti sconfinati, in un contrasto cinematografico con l’intimità del brano. "Goin’ Cali" è un altro brano dall’andamento acustico, con una storia on the road. "Back in your arms", uno dei due brani datati 1995, è il tanto agognato ritorno a casa, tanto sentimentalmente che musicalmente: le braccia a cui Springsteen si riferisce potrebbero infatti essere quelle della E street band, che torna a suonare con lui in questo brano, pieno di nostalgie. "Brothers under the bridge" è estratto dal contesto di "The ghost of Tom Joad" e porta su questo CD la stessa atmosfera di quell’album, mentre per la struttura ricorda molto "Blood brothers". Infine, "Gave it a name": unico brano datato 1998, ha il tipico incedere dei brani malinconici di Springsteen: più Tom Joad o "My hometown"? Più "With every wish" o "Two faces"? È l’ultimo Springsteen, comunque, malinconico e più dark di quanto non sia lecito aspettarsi: un indizio per il prossimo album?

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