«COSMO'S FACTORY - Creedence Clearwater Revival» la recensione di Rockol

Dischi leggendari: riscopri 'Cosmo's Factory' dei Creedence Clearwater Revival

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.

Recensione del 15 lug 2019 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Strana la storia dei Creedence Clearwater Revival. Una band di grande, a volte grandissimo successo commerciale, ma complessivamente poco considerata - soprattutto dai critici italiani - quando si tratta di fare l’elenco dei gruppi che hanno lasciato un’impronta nella storia del rock. Sarà perché la loro avventura insieme non è durata, discograficamente, molto a lungo (più o meno un lustro, dal 1967 al 1972); sarà perché hanno prodotto musica in forma di canzone tradizionale, il che li ha fatti spesso collocare in un limbo sospeso fra pop e rock; sarà perché - almeno da noi - quel genere tanto americano, che paga tributo al country e al blues, al rock’n’roll e al rockabilly, al rhythm & blues e al jazz, non ha mai avuto molta fortuna.

Eppure i CCR sono stati una formazione eclettica e vivace, condotta da un leader di indiscusse qualità compositive (John Fogerty); eppure, prima di questo “Cosmo’s Factory” (che ho arbitrariamente scelto come album più rappresentativo della discografia della band: ma avrei potuto indicare “Willie and the Poor Boys” con uguale tranquillità) i Creedence avevano già messo in fila quattro album di spessore (“Creedence Clearwater Revival”, “Bayou country”, “Green river” e il citato “Willie and the Poor Boys”) e portato svariati titoli nella classifica dei singoli: “Suzie Q.”, “I put a spell on you”, “Proud Mary”, “Born on the Bayou”, “Bad moon rising”, “Green River”, “Lodi”. Eppure... ma forse “eppure” sarebbe meglio sostituito da “proprio per questo motivo”: capita spesso che chi riesce ad ottenere il seguito e la considerazione del grande pubblico venga snobbato dalla critica.

Quel che è certo è che i CCR sapevano bene come scrivere e interpretare canzoni efficaci: delle undici incluse nella tracklist di “Cosmo’s Factory”, più della metà sono piccoli classici, e - lo scrivo sapendo di andare contro al parere di molti - nessuna di queste è una cover. Già, perché “Cosmo’s Factory” contiene ben quattro cover, e mica di gente da poco: “Before you accuse me” (Bo Diddley), “My baby left me” (Arthur Crudup), “Ooby dooby” (Roy Orbison) e “I heard it through the grapevine” (Marvin Gaye). Ecco, sebbene quest’ultima sia innegabilmente una grande canzone, e sebbene l’interpretazione della band sia impeccabile, convincente, trascinante (cosa non facile, visto che dura oltre 11 minuti), non riesco a considerarla come uno degli highlights dell’album. E non riesco a entusiasmarmi nemmeno per “Ramble tamble”, brano d’apertura del disco, a dispetto della grinta e dell’ardore con il quale è eseguita: dura troppo, più di sette minuti.

Secondo me, i Creedence Clearwater Revival sono al meglio quando stanno nella misura classica del singolo: diciamo fra i due minuti e i tre minuti e mezzo. In questo “format” credo sappiano concentrare al meglio le loro peculiarità: invenzione melodica, freschezza di esecuzione, amalgama musicale (John Fogerty, chitarra e voce; Tom Fogerty, chitarra; Stu Cook, basso; Doug Clifford, batteria). E orecchiabilità: per qualcuno è una brutta parola, da parte mia resto convinto che sia la prima e indispensabile qualità di ogni bella canzone (insieme alla voce che la canta: e su questo la voce di John Fogerty non teme confronti).

E’ una bella canzone “Travelin’ band”: un rock’n’roll senza respiro, che in due minuti e sette secondi concentra l’essenza della vita di una band on the road. E’ una bella canzone “Lookin’ out my back door”, con suo dondolante andamento country sottolineato dal dobro: due minuti e 31 secondi che dicono tutto quello che c’è da dire, e quando il pezzo è finito ti lasciano la voglia di riascoltarlo subito. E’ una bella canzone “Run through the jungle”: tre minuti e nove secondi che si aprono in maniera sorprendente, e subito dopo l’intro strumentale ci trasportano nella giungla vietnamita con un pathos senza cadute di tono e una cupezza feroce. E’ una bella canzone “Up around the bend” (2 minuti e 40 secondi): galoppante, trascinante, con un attacco di chitarra epico - ma la chitarra è fantastica in tutto il pezzo - e un robustissimo lavoro di batteria. E’ una bella, anzi bellissima canzone “Who’ll stop the rain”, due minuti e 28 secondi pervasi di malinconia esistenziale espressa senza velleità poetiche alla Dylan (eppure la pioggia di cui parla il testo è senz’altro la stessa pioggia dura di “A hard rain’s a-gonna fall”) ma con rara sincerità. Ed è, infine, una bella canzone la conclusiva “Long as I can see the light”: il ritmo qui si fa più lento, l’atmosfera è soul/blues, il canto sofferente, il sax evocativo e sinuoso. Un evergreen, anche se - per quanto possa ricordare io - solo il vecchio Ted Hawkins e i Monkey Mafia hanno osato misurarvicisi.

Ecco, dunque: i Creedence Clearwater Revival hanno saputo cantare e suonare belle canzoni. “Cosmo’s Factory” ne contiene molte: e in tempi come i nostri, in cui c’è già da far festa se un disco contiene due o tre brani di qualità, questo vecchio album regala tre quarti d’ora di ascolto più che soddisfacente. Un’ottima ragione per procurarselo, direi.

TRACKLIST

01. Ramble Tamble (07:11)
03. Travelin Band (02:07)
04. Ooby Dooby (02:07)
07. Up Around The Bend (02:41)
08. My Baby Left Me (02:18)
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