«AFTER EVERYTHING NOW THIS - Church» la recensione di Rockol

Church - AFTER EVERYTHING NOW THIS - la recensione

Recensione del 04 mar 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Negli anni ’80 i Church erano una piccola grande leggenda del rock australiano, ma come tanti altri gruppi del continente oceanico brillarono poco e per poco tempo agli occhi del grande pubblico. Come i compatrioti come Radio Birdman, Hoodoo Gurus, Died Pretty (band peraltro diversissime tra loro e molto diverse dai Church) rimasero quello che si dice “un nome di culto”. Eppure il loro rock psichedelelico e sognante ebbe una vampata di notorietà con “Under the milky way” e con l’album “Starfish” (1988). Il disco seguente, “Gold afternoon fix” fu un mezzo fiasco, almeno in termini commerciali, e di li in poi la band si barcamenò tra album più o meno dignitosi, ma con poca eco critica e di pubblico. L’ultima mossa del gruppo, capitanato da Steve Kilbey e Marty Wilson-Piper, è stato il buon “Box of birds”, disco di cover pubblicato un paio d’anni fa.
Questo “After everything now this” riporta il gruppo australiano sulle sue coordinate “storiche”, dopo le deviazioni sonore dettate dalle intepretazioni di brani altrui e dopo la prova non esaltante di “Hologram of Baal”, ultimo album di studio (1998). E, a dispetto del titolo ironico che sembra lasciar presagire chissà quale musica in disaccordo con la loro carriera, è forse il miglior disco della band da diversi anni a questa parte. Ballatone distese con chitarre arpeggiate con buone dosi di eco e riverbero, voce sofferta e malinconica: questa è la formula di “Numbers” o “Song for the asking” così come già lo era delle canzoni “Starfish”, che avevano in più solo un po’ di melodia pop. Il difetto principale di questo nuovo album è sicuramente la monotonia, ma anche questa non è una novità: le canzoni, basate più o meno tutte sulla stessa struttura, possono facilmente stufare chi non è appassionato di un genere tutto sommato fuori moda.
“After everything now this” non è un disco per nostalgici degli anni ’80, perché già negli anni ’80 i Church erano dei nostalgici degli anni ’60, della psichedelia di Byrds e soci. E’ comunque un disco destinato a un pubblico “di nicchia”. Ma chi ha voglia di sentire musica notturna e un po’ diversa da quella che solitamente gira intorno, troverà in “After everything now this” delle belle canzoni da ascoltare.

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