Recensioni / 06 set 2017

Genesis - SELLING ENGLAND BY THE POUND - la recensione

Recensione di Franco Zanetti
SELLING ENGLAND BY THE POUND
Virgin Records Ltd This label copy information is (Digital Media)

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.

Non credete ai critici che sostengono che il miglior album dei Genesis nell’era-con-Peter-Gabriel (ehi, non lo sapevate? Peter Gabriel è stato il cantante dei Genesis prima di Phil Collins!) sia “The lamb lies down on Broadway”. Quest’ultimo è un disco troppo ambizioso e sopravvalutato – un po’ come, perdonate l’ardire, Peter Gabriel stesso; invece “Selling England by the pound” (“vendendo l’Inghilterra a un tanto al chilo”, per dire una volta per tutte il significato vero) è il vero capolavoro dei Genesis prima maniera, quando erano un gruppo di progressive rock – forse il più rappresentativo, che non significa il migliore, dei gruppi di progressive rock – e non quel gruppo di pop-rock che sono diventati negli anni Ottanta.

A “Selling England” i Genesis ci arrivano nel 1973, dopo l’oscuro “From Genesis... to Revelation”, l’inquietante “Trespass” (1970), i due pregevoli “Nursery cryme” (1971) e “Foxtrot” (1972). Di mezzo c’è anche un “Genesis live”, dello stesso 1973, che non può per limiti intrinseci restituire l’esperienza dei concerti della band, con i travestimenti teatrali dell’allora istrionico Gabriel – io ne ho visti un paio in Italia, di quei concerti: ingenui e poveri di mezzi, ma emozionanti.

“Selling England...” doveva essere l’album della consacrazione definitiva, e lo fu: mettendo in mostra senza vergogna virtù e vizi del gruppo e della sua ricetta artistica, mettendo in fila lampi d’ispirazione e vezzi manieristici, riassumendo in tre minuti (i primi tre di “Firth of Fifth”) l’intero senso musicale del prog-rock, fra suoni eterei di pianoforte e muggiti di moog, vocalismi declamatori e pattern batteristici dalla vocazione dispari... e a tre minuti e mezzo parte anche l’assolo di flauto!, proponendo e stampando nella (bellissima) copertina testi pieni zeppi di puns linguistici alla Lewis Carroll, assolutamente intraducibili per il povero fan italiano che ci provava con il vocabolario alla mano (a proposito dei contenuti letterari, consultate http://www.donaghue.karoo.net/music/reviews/selling_england.html).

Insomma, se per un disco si può spendere l’aggettivo “epocale”, “Selling England by the pound” è quel disco. Ognuno dei cinque componenti del gruppo vi trova spazio e palcoscenico: non solo il frontman, che vi impiega tutta la propria vastissima gamma di voci ed espressività (l’album ne è una sorta di catalogo) ma anche il chitarrista Steve Hackett e il bassista Mike Rutherford, il tastierista Tony Banks (qui probabilmente alla sua miglior prova) e quel piccoletto del batterista, Phil Collins, al quale – come i Beatles a Ringo Starr – i Genesis concedono l’onore e l’onere di cantare (maluccio) una canzone, “More fool me” (episodio dal quale Phil trarrà la forza, all’uscita di Gabriel dal gruppo, di mettersi alla prova come cantante solista. Sì, lo so che aveva già cantato “For absent friends” in “Nursery crime”: ma di quella non si ricordava più nessuno).

Resta abbastanza difficile, oggi, capire come “I know what I like” sia potuta diventare un successo radiofonico tale da facilitare l’accesso dei Genesis al mercato statunitense; ma il riascolto della complessa, articolata, “difficile” “The battle of Epping Forest” fa riemergere lontane emozioni venate di rispetto (a 3.08: “and Harold Demure, from Art Literature, nips up the nearest tree. Here come the cavalry!”)
“L’album riesce a creare paesaggi immaginari che non esistono al di fuori delle cuffie dell’ascoltatore” ha scritto Jim DeRogatis, e sarebbe difficile spiegare meglio il fascino della musica e dei testi dei Genesis circa 1974, quel fascino che si è trasformato in una decisiva influenza – non sempre positiva, a dire il vero – su intere legioni di gruppi “progressive”, compresi quelli odierni. Se volete assaggiare la ricetta originaria, “Selling England by the pound” è il mio consiglio spassionato.

P.S. oggi l’etichetta del disco – del Cd – è Virgin: ma non dimenticate che l’album uscì originariamente per la storica Charisma Label, tanto per dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Tony Stratton-Smith quel che è di Tony Stratton-Smith. Fu lui, ex giornalista musicale, a fondare l’etichetta che diede casa a Nice, Van Der Graaf Generator, Audience, Lindisfarne, Rare Bird, Viv Stanshall, Rick Wakeman. “Strat”, pace all’anima sua, è morto nel 1987. Più o meno quando i Cd hanno invaso il mercato: buon per lui, non ha fatto in tempo a vedere la morte dell’album in vinile e delle copertine di cartone.