«AMNESIAC - Radiohead» la recensione di Rockol

Radiohead - AMNESIAC - la recensione

Recensione del 04 gen 2002

La recensione

Questo album si è classificato al 4° posto nella classifica dei dischi dell’anno stilata da Rockol.

“Amnesiac” o “Kid B”? Il gioco di parole è fin troppo facile e ce lo perdonerete. Il nuovo disco dei Radiohead è infatti la logica prosecuzione dell’acclamato/discusso “Kid A”.
“Amnesiac” contiene canzoni più dirette del suo predecessore, e segna un ritorno delle chitarre prima quasi assenti; almeno da questo punto di vista è più accessibile di “Kid A”. Ma va detto che Thom Yorke e soci non hanno perso la voglia di sperimentare, come dimostra l’ancora largo uso di elettronica, effettistica e l’inclusione di brani strumentali e/o con la voce filtrata. Insomma, chi si aspettava un “The bends 2” o un “Ok computer 2” rimarrà deluso. “Amnesiac”, comunque, è un disco più disomogeneo e meno d’impatto di “Kid A”.
I due lavori sono stati concepiti insieme: questo lo si coglie fin dal primo ascolto. Come “Kid A”, “Amnesiac” richiede molta attenzione e diversi ascolti prima di essere compreso. Canzoni “Packt like sardines in a crushed tin box” (un brano elettronico alla “Idioteque”, con ritornello accattivante) e “Morning bell” (nuova versione del brano già presente su “Kid A”: cambia l’arrangiamento, basato su chitarre acustiche ed effetti “space”) segnano la continuità con il passato prossimo, mentre le chitarre e la melodia di “Knives out” (chitarre in bella evidenza, melodia vocale, ritornello che recita “I want you to know/I’m not coming back”; quanto di più simile allo stereotipo Radiohead c’è in questo disco) si rifà ad un passato ormai remoto. Ma a rendere discontinuo il disco , oltre alla diversità delle canzoni, sono soprattutto gli intermezzi come “Pulk pull revolving doors” (brano stralunato basato solo su percussioni elettroniche e voce filtrata, sullo stile di “Kid A” e “Fitter/Happier”) e “Like spinning plates” (il pezzo più sperimentale del disco: base elettronica, suoni in reverse, ritmo irregolare e voce filtrata).
I Radiohead vogliono sperimentare, lo si era capito, ma si ha la sensazione che ogni tanto esagerino, perdendo di vista una fruibilità minima della propria musica: non bisogna essere necessariamente “pop” o commerciali per essere piacevoli, e certo la sperimentazione fine a sé stessa finisce con l’essere controproducente. Certo, poi si ascoltano brani come “Pyramid song” e la ballata finale per piano e fiati jazz “Life in a glass house”, due veri capolavori di piacevolezza e originalità, e ci si incavola ancora di più, perché quando vogliono i Radiohead...
Il dubbio maggiore che suscita questo disco è: dove andranno a parare in futuro? “Kid A” colpiva a sorpresa, “Amnesiac” è in parte già sentito e questo mette in bella evidenza l’alternarsi di grandi momenti ad altri meno convincenti. “Amnesiac”, soprattutto, segna l’estremo limite di un atteggiamento artistico che, se perseguito a testa bassa, rischia di distruggere i Radiohead. Che sono e rimangono un grande gruppo; ma proprio per questo motivo, per il futuro, legittimano i propri ascoltatori ad aspettarsi qualcosa di più che alcune grandi canzoni insieme a giochi sonori che alla lunga diventano un po’ troppo intellettuali.

(Gianni Sibilla)
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