«OGNUNO FA QUELLO CHE GLI PARE? - Max Gazzè» la recensione di Rockol

Max Gazzè - OGNUNO FA QUELLO CHE GLI PARE? - la recensione

Recensione del 25 ott 2001

La recensione

Pregiudizio strisciante quando arriva l’album: ma come, ha già fatto un altro disco? Sembra ieri che era uscito quello del cammello, disco a dire il vero anche un po’ di maniera, e Gazzé ne ha già scritto e suonato un altro? Poi in realtà a pensarci bene è passato un anno e mezzo dal precedente, e pensi che, essendo Max un uomo tutto musica, famiglia e go-kart, avrà ben trovato il tempo di scrivere, provinare, registrare ecc.. Fatto sta che l’album, messo su la prima volta, sembra un UFO; un oggetto cantante non identificato, rimane distante, con i suoi testi surreali e poca voglia di entrarci dentro, di avventurarsi di nuovo in un mondo, quello di Gazzé, che ti sembrava di aver abbandonato poche ore prima. Le canzoni, ad un primo ascolto sono tutte uguali e abbastanza anonime, se non fosse per un paio di episodi, “Niente di nuovo” e “In questo anno di non amore”, che sembrano dirti “ripassa da queste parti, che c’è qualcosa da scoprire”. Allora parte l’ascolto a tappeto, per farsi un’idea complessiva del disco e cercare di penetrarne la buccia. Ascoltando il disco di Gazzé mi è venuta in mente una cosa che mi è successa spesso, e che spero sia successa qualche volta anche a voi: e cioè che a volte, il feeling di un primo ascolto, spesso superato dagli ascolti successivi, ritorna poi confermato dal passare del tempo. Cioè, ci sono dei dischi che al primo ascolto non mi sembravano niente di che: invece con gli ascolti successivi familiarizzavo con le canzoni, e arrivavo al punto che magari quei dischi mi piacevano molto, o almeno li consumavo assiduamente; poi li mettevo via per non ascoltarli più, ed era quando andavo a riprenderli in mano dopo alcuni mesi, o anni, o semplicemente pensavo a riprenderli in mano, che mi ritrovavo a pensarli sull’onda della valutazione fatta dopo il primo ascolto. Come se ascoltarli le volte successive fosse stato un modo per volersene in qualche modo innamorare. Se questo mi capiterà anche con il disco di Gazzé è presto da dirsi, ma se dovesse succedere tornerà l’impressione di avere avuto tra le mani un disco anonimo, sorretto da qualche sprazzo di quella genialità che Gazzé possiede e che sembra accontentarsi di annacquare nelle sue canzoni. In sintesi: “Non era previsto” è un pezzo di semi-routine, appena sostenuto dalla spinta promozionale dell’essere il primo singolo e l’apripista dell’album. “Questo forte silenzio” è la prima canzone da salvare. “Niente di nuovo” si candida ad essere il momento migliore del disco, insieme a “In questo anno di non amore”. “Il debole tra i due” è un duetto con Paola Turci: brava lei, bravo lui, la canzone è inutile. “Megabytes” è anonima. “Eclissi di periferia” è un pezzo geniale, uno dei migliori momenti dal punto di vista dei testi (il palazzone di Corviale, a Roma, che prende il volo) e della musica (Beatles, XTC, tutto al meglio). “Il dolce della vita” ha un buon ritornello, il resto si dimentica. “Non è più come prima” non serve, “Il motore degli eventi” ha dentro Carmen Consoli e i gemiti di una donna che gode (sembrerebbe), ma per il resto non dice granché, “In questo anno di non amore” è una splendida conclusione, prodotta da Gazzé con Francesco Magnelli (ex-C.S.I.) come, guarda caso, il brano “Niente di nuovo”, a conferma del fatto che basterebbe qualche stimolo in più per fare grandissima musica. In sintesi un album dispersivo, con pochi momenti veramente a fuoco. Se non altro, però, siamo lontani dalle marcette a cliché del precedente “Max Gazzé”.
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