«DAYS OF SPEED - Paul Weller» la recensione di Rockol

Paul Weller - DAYS OF SPEED - la recensione

Recensione del 24 ott 2001

La recensione

Come si fa a parlare male di Paul Weller? Come si può dire, a uno che ha fatto la storia del rock (Jam), ha spiegato tutto quello che c’era da sapere sull’acid jazz in un EP (“Introducing the Style Council”), ha inaugurato seconda e terza giovinezza con i suoi dischi solisti (“Stanley road”, “Wild wood”), che il suo disco live è decisamente palloso? A lui, l’unico over 40 cui NME dedichi ancora copertine? Eppure - ahimé - il nuovo live di Mr. Weller è il tipico disco che non finisce mai. (De)merito della scelta di campo, sicuramente, visto che si tratta di un album interamente suonato con chitarra acustica, eccezion fatta per qualche svisata elettrica in un paio di brani e una lievissima aggiunta di percussioni su “Down in the seine”. «Ho deciso di fare dei concerti acustici perché era una sfida molto interessante che non avevo ancora raccolto», dice Weller nelle note interne al libretto, ma in realtà, sempre parafrasando il contenuto del booklet, viene da dire che l’album è perfettamente sintetizzato nel contenuto delle foto interne, intitolate ognuna con il nome di una canzone: alla fine, da “Brand new start” fino alla conclusiva “Town called malice” tutto quello che vediamo (e ascoltiamo) è Weller che canta e suona la chitarra. E anche se, tra un brano e l’altro della sua produzione solista, scorrono flashback tratti dal repertorio Jam (“English rose”, “That’s entertainment”, “Town called malice”) e Style Council (“Down in the seine”, “Headstart for happiness”), la monotonia del tutto alla lunga è insopportabile. Weller è un autore particolare, intenso, raffinato e a volte selvaggio, ma la sua scrittura, scarnificata come può esserlo quando sottoposta ad un trattamento di sola chitarra acustica, suonata più con il tocco del chitarrista da spiaggia che con quello del virtuoso, alla fine risulta decisamente penalizzata e ottiene soltanto il risultato finale di appiattire tutte le composizioni. E non che la performance vocale dell’ex-Jam serva a tirare su di tono il livello dell’album, perché Weller non è certo un cantante fantasioso o pronto a impreziosire i brani di improvvise e ardite variazioni sul tema. Piuttosto, l’impressione finale è quella di trovarsi di fronte ad un album elettrico di Weller cui sia stato eliminato in fase di missaggio tutto ciò che non era chitarra acustica e voce. Se un album come “Days of speed” potrà costituire per i suoi fans più indomiti un prezioso pezzo da collezione, per gli altri - fans meno accaniti e pubblico più eterogeneo - rappresenta sicuramente un album troppo impegnativo. E noioso.

(Luca Bernini)
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