«OGGI O DIMANE - Massimo Ranieri» la recensione di Rockol

Massimo Ranieri - OGGI O DIMANE - la recensione

Recensione del 05 dic 2001 a cura di Luca Bernini

La recensione

Non è, al contrario di quanto si va dicendo in giro, il primo album in cui Massimo Ranieri interpreta i classici della tradizione napoletana. Era già successo almeno due volte, nel corso degli anni ’70, ma di certo il lavoro fatto in questa occasione merita qualche considerazione. Anzitutto nella scelta di campo: la canzone napoletana è considerata la madre della canzone melodica italiana, quanto meno della canzone italiana nella sua accezione sanremese. E fa parte del nostro DNA nazionale almeno quanto ne fanno parte la tradizione operistica e il melodramma. Prova ne sia che quando Lucio Dalla ha voluto scrivere una canzone universale, che con il senno del dopo è diventata la sua canzone più famosa, ha scritto “Caruso”, che non è altro che una canzone napoletana classica, dal punto di vista dell’ispirazione e della struttura. L’idea di traghettare simbolicamente nel nuovo millennio una manciata di canzoni del secolo scorso - e che canzoni - è quindi indubbiamente meritoria, anche perché, proprio in occasione di questo album, Ranieri e i suoi collaboratori - Mauro Pagani, artigiano fautore della svolta etnica di Fabrizio De André con album come “Creuza de ma” e Mauro Di Domenico - hanno lavorato a fondo sulle partiture musicali e sulle ambientazioni. I classici della canzone napoletana, infatti, buoni per illuminare e allietare ogni occasione televisiva, da “La vita in diretta” a Paolo Limiti, sono diventati nel corso degli anni sempre più cartolina, stereotipo turistico, icona, e sempre meno canzoni vive, reali, collocate nel oro contesto naturale. Facendo una similitudine che spero non troverete blasfema, la canzone napoletana è diventata come il Gesù biondo e boccoloso delle rappresentazioni sacre e televisive, lontano anni luce da quello vero per come ce lo raccontano gli studiosi. Ranieri, Pagani e Di Domenico hanno preso la Napoli che va a Sanremo e in tv, e l’hanno riposizionata lì dov’è il suo posto: al centro del Mediterraneo. Più vicina all’Africa che all’Eurofestival, più porto di mare che studio televisivo o casa di Renzo Arbore, più vicoli e quartieri che star nazionalpopolari alla Gigi D’Alessio. Il risultato è un album che si popola di voci, di strumenti, di sonorità altre rispetto a quelle che siamo soliti ascoltare in queste occasioni: bouzouki, mandolini, voci senegalesi, suoni maghrebini, archi, corde e, appena distanti, i suoni della città. Ranieri non fa niente per dominare le canzoni, anzi, le lascia venire fuori in tutto il loro splendore, limitandosi a dare loro la sua voce, ad esaltarne le caratteristiche ‘world’, ipnotiche e valorizzandone le melodie immortali. E’ un lavoro, quello di tagliare i ponti con l’iconografia, che presuppone delle vittime e le vittime arrivano: “O’ surdato ‘nnammurato”, già cavallo di battaglia dello stesso Ranieri, perde la sua caratteristica gioiosa e trascinante da fine pranzo di nozze per assumere una veste drammatica, sorretta soltanto da un quintetto di violini, così come succede anche in “Reginella”. Ma in compenso le nuove versioni sembrano perfettamente intonate a questo album, in cui musica e voci sono entrambe al servizio di una missione: restituirci il suono di Napoli per come poteva essere e per come dovrebbe essere intesa ancora oggi o domani: luogo di scambio e contaminazione, come vuole dire la voce di Badarà Saeck in “Rundinella”, perfettamente sposata al canto di Massimo Ranieri e al suono delle corde di una chitarra classica come questa musica.

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