«MAKING ENEMIES IS GOOD - Backyard Babies» la recensione di Rockol

Backyard Babies - MAKING ENEMIES IS GOOD - la recensione

Recensione del 17 ott 2001

La recensione

La Svezia è un paese singolare. D’inverno, alle tre del pomeriggio, è buio pesto e c’è ben poco da divertirsi se non si è inclini ad ubriacarsi fino allo svenimento. La maggior parte dei ragazzi si chiude in garage a costruire chopper e hot rod talmente esagerati da rendere verdi d’invidia gli americani; gli altri, in quegli stessi garage, attaccano il jack della chitarra agli amplificatori, alzano il volume a stecca e suonano rock’n’roll sognando la California. È così che è nata la famigerata “nuova scena” svedese.
Ed è proprio con in testa la Los Angeles glam dei primi anni ottanta, quella di Faster Pussycat, Guns N’ Roses e Mötley Crüe che i Backyard Babies hanno finalmente dato alle stampe questo “Making enemies is good” – prima di approdare in BMG, il gruppo ha vagato per mesi in cerca di un contratto favorevole, con i master del disco già pronti - terzo album della loro ormai decennale carriera. Quanta voglia ci sia di rievocare le atmosfere eccessive, turbolente e sopra le righe dello street glam losangelino, lo raccontano gli stessi Babies sul riff poderoso di “Heaven 2.9”, in un inglese diretto e colorito, tipico di chi lo ha imparato più ascoltando il r’n’r che leggendo i classici. Sfrontati e sicuri di sé al punto da trovare il coraggio di cantare a gola spiegata in “I love to roll” - altro pezzo da manuale costruito intorno alle staffilate della chitarra di Dregen - un ritornello giocato unicamente su quelle tre parole magiche - sesso, droga e rock’n’roll – che da sempre marchiano a fuoco la “musica del diavolo”. E che questi quattro ragazzi svedesi, tatuati da capo a piedi, orgogliosamente fedeli al proprio make-up anche fuori dalle scene e pronti a versare sangue, sudore e lacrime ogni volta che poggiano la suola delle creepers sulle assi di un palcoscenico, siano in missione per conto del “demonio del r’n’r” lo urlano a pieni polmoni in “My demonic side”. Niente satanismo di bassa lega, per carità, solo una rinfrescatina alla memoria per tutti quelli che sembrano aver dimenticato che il vero rock’n’roll è roba tosta e pericolosa, una faccenda da duri, insomma. La caustica “Too tough to make some friends” – “troppo duri per farsi degli amici” – ennesimo inno alla solitudine della rock star, ovviamente in senso autoironico e divertito, non fa che ribadire a chiare lettere il concetto.
Solo nelle battute finali del disco la band svedese accenna a lasciarsi un po’ andare, concedendosi qualche attimo di distensione, come nella torbida ballata “Painkiller”, scritta in collaborazione con l’ex-Dogs D’Amour Tyla (tra gli ospiti del disco c’è anche Ginger, da poco tornato in seno ai suoi Wildhearts, co-autore dell’esplosiva “Brand new hate”). Certo, “Making enemies is good” suona in modo decisamente più pulito e radiofonico rispetto al precedente “Total 13” – album torrido e urticante nella sua ruvida potenza senza compromessi – ma la produzione più levigata, affidata come di consueto al mago della consolle Tomas Skogsberg, non toglie un solo grammo di energia alla band: i Babies non hanno affatto dimenticato l’altra metà della loro anima, quella devota al suono grezzo e spigoloso che va dai Ramones ai Social Distortion passando per i Sex Pistols. Hanno semplicemente affilato le unghie e corretto il tiro per dimostrare agli scettici chi sono i veri eredi di Axl Rose e soci, e come quel certo “Appetite for destruction” non si sia mai davvero placato…

(Stefania V. De Lorenzi)
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