«SPOONFACE - Ben Christophers» la recensione di Rockol

Ben Christophers - SPOONFACE - la recensione

Recensione del 08 ott 2001

La recensione

Chi si ricorda di Ben Christophers saprà che questo giovane cantautore, nel 1999, aveva attirato su di sé le attenzioni della stampa e del pubblico grazie al suo disco d’esordio “Beautiful demon”.
Il New Acoustic Movement doveva essere ancora inventato, ma Ben si esibiva già solamente con la sua chitarra (anche se non sempre acustica), la mescolava con tappeti ritmici elettronici e ci aggiungeva la sua voce angelica a causa della quale fu subito denominato come il “nuovo Jeff Buckley” o il “nuovo Thom Yorke”.
Naturalmente, questa sovrabbondanza di lodi aveva destato una naturale diffidenza nei suoi confronti, ma le sue esibizioni dal vivo e l’ascolto del disco d’esordio avevano fugato ogni dubbio: il ragazzo aveva le carte in regola, doveva solo mettere a fuoco le sue capacità.
Tre anni di show sembrano aver influito molto su di lui. Se l’esordio peccava di un uso eccessivo della tecnologia, “Spoonface” presenta una produzione artistica tirata all’osso con interventi elettronici sempre mirati e una voce diventata più arrotata, usata con oculatezza, quasi sorniona. Lo spazio musicale in cui si muove non sembra mutato (a parte la riuscita divagazione blues di “Hodded kiss”), ma il risultato finale appare più maturo.
Apre il disco “Leaving my sorrow behind” (che sarà anche il primo singolo), un brano apparentemente solare, ma che nasconde nelle pieghe del suo testo un malessere già presente nel precedente album: “Dimmi padre perché devo imparare a piangere per capire dove devo andare?”.
Le lente e dolci “The stream” e “Fall into view” e la frizzante “Transatlantic shooting stars” ci conducono sino alla riuscitissima “Hooded kiss”, uno dei brani migliori di tutto il disco, in cui Ben si cimenta in un genere alquanto estraneo da ciò che ci aveva abituato ad ascoltare, il blues, riuscendo comunque a colpire nel segno. “Easter park” richiama il sound del precedente album, mentre, “Songbird scrapes the sky”, basato solo su una scheletrica base elettronica, stupisce per le liriche quasi impressioniste, ancora più evidenti in “Losing myself”: “Gli alberi ondeggiano nel rumore rosa sopra la collina”.
Arrivati alla title-track ci si rende conto che questo brano, a conti fatti, risulta essere l’episodio più importante dell’intero album: una tastiera e una leggera base ritmica, tagliati in due da un’orchestra (totalmente avulsa dal resto del brano) creano un’atmosfera noir differente da tutto quanto proposto finora dal musicista. Una lenta discesa negli inferi di Christophers.


(Giuseppe Fabris)
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