«ADD SOME MUSIC TO YOUR DAY - Gary Usher» la recensione di Rockol

Gary Usher - ADD SOME MUSIC TO YOUR DAY - la recensione

Recensione del 10 set 2001

La recensione

«Registrato tra la fine del 1969 e l’inizio del 1970, per essere pubblicato nel 1970 su etichetta Together, questo album aveva in mente di elevare il compagno d’infanzia di Gary Usher allo stadio esaltante di un George Gershwin, e al tempo stesso (Gary non amava niente che non fosse in qualche modo remunerativo) infilare nel redditizio mondo della musica da sottofondo tanto Brian che la Together...(speranza tutt’altro che vana, giacché risulta che misteriosi contratti hanno legato alcuni dei brani qui presenti alla programmazione di bordo della United Airlines, cosa rimasta in essere abbastanza a lungo) e fornire a Brian un po’ d’incoraggiamento visto che stava diventando sempre più solitario...per realizzarlo, vennero impiegati componenti della L.A. Symphony e un manipolo di veterani della musica (alcuni dei quali avevano addirittura suonato sulle versioni originali dei Beach Boys), e il progetto fu gestito interamente da Usher, assistito dal suo team di fiducia – Curt Boettcher e Keith Olsen – con l’idea di farne una sorta di ultima frontiera della musica pop in versione orchestrale... il fallimento dell’etichetta, e il decrescente favore incontrato da Brian in termini di fortuna critica e di pubblico, ridimensionarono molto il ruolo di un progetto che sulla carta sembrava molto promettente, e come nella maggior parte dei dischi Together, la sua pubblicazione venne rimandata a data indefinita... adesso che sono in molti a considerare le partiture orchestrali di Brian Wilson come parte importante del suo bagaglio di compositore e disegnatore del suono, la Poptones vi propone il Brian Wilson orchestrale e originale... a cura di Gary Usher... meglio tardi che mai». Questo, nelle parole di Joe Foster, il contenuto del disco, casomai fosse giustamente interessati a sapere di cosa si tratta. Foster spiega infatti cos’è, e non com’è. Il com’è può provare a dirvelo il sottoscritto, con la premessa che ama la musica orchestrale e odia i dischi di canzoni pop riarrangiate per orchestra: questo disco è una discreta palla. Nella sua funzione migliore può avere proprio il senso suggerito poco sopra da Foster, cioè per essere una raccolta di quegli odiosi stacchetti che le compagnie aeree loopano senza fine in fase di predecollo o di postatterraggio. Gli arrangiamenti, dal punto di vista della scelta dei suoni maliziosamente e piacevolmente sixties, non danno mai la giusta leggerezza e ariosità a un repertorio pop che più di ogni altro ha fatto di queste qualità il suo marchio di fabbrica principale. Violini ostinati e sfarfallmenti psichedelici, suoni di clavicembali e atmosfere sitareggianti non spostano di una virgola il risultato finale del disco, e fanno venire voglia di ascoltare le versioni cantate dal grande Brian e dai suoi ragazzi di spiaggia. Un disco per filologi e appassionati dei Beach Boys, ma troppo compreso in sé per navigare la grande baia della lounge music, cui senza dubbio appartiene in quanto a DNA.

(Luca Bernini)
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