«POPSTARS - Lollipop» la recensione di Rockol

Lollipop - POPSTARS - la recensione

Recensione del 12 lug 2001

La recensione

L’imbarazzo di dover recensire una produzione del genere nasce principalmente da una personale autoanalisi; che trova il recensore decisamente impreparato nell’affrontare questo “Popstars”. I semplici motivi sono due: da un lato il progetto Lollipop sarebbe infatti analizzato al meglio da un critico musicale con forti conoscenze nel campo della sociologia; dall’altro la musica contenuta nel disco, essendo totalmente priva di pathos, preclude alla suddetta qualsiasi divagazione prettamente stilistica. Infatti, questo lavoro, come la presentazione stessa ribadisce, è un progetto che nasce da un format australiano esportato poi in diverse regioni terrestri, principalmente nel nord dell’Europa (Svezia, Norvegia, Danimarca etc), frutto della collaborazione tra il canale televisivo Mediaset Italia 1 e la casa discografica WEA. Ecco dunque che, dopo pianti, convulsioni e quant’altro provveduto da una folta schiera di ragazze pronte a tutto pur di conquistarsi quindici minuti di successo (e intascarsi, oltre a far intascare, qualche soldo), la spietata (vivi)selezione ha portato sul podio virtuale offerto dai media Dominique, Marcella, Marta, Veronica e Roberta. Le cinque belle e vittoriose vincitrici presentate – e significativamente – al mondo del business musicale soltanto con il nome di battesimo. Naturalmente dietro al progetto (lo ribadiamo) Lollipop ci saranno stati degli esperti strateghi di marketing dell’immagine che, dopo varie ricerche e analisi dei gusti in fatto di donne dei giovani italiani, hanno convenuto che ci voleva l’intellettuale dal nome esotico (Dominique), la sbarazzina sportiva (Marcellina), la supersexy (Marta), la Posh Spic… ehm, la modaiola (Roberta) e l’impegnata (Veronica). Ma questa è storia vecchia, ormai. La cosa più agghiacciante di tutto ciò sono invece le schede dedicate ad ogni ragazza all’interno del libretto allegato al CD: ci si imbarca conseguentemente in una penosa lettura in cui si parla di filosofia, di successo, di cinema e di musica in maniera disarmante nella sua infinita banalità, pur trattandosi di semplici gusti personali (o inventati dai famosi signori del marketing?). Ed è così che Arthur Rimbaud diventa “Rembaud” e Paul Verlaine si trasforma in “Verlain” (e meno male che almeno il povero Baudelaire si salva) in una trafila davvero imbarazzante.
E la musica? La musica è rappresentata da “11 brani in puro stile Pop internazionale”, sempre come racconta il comunicato stampa. Che sia nato un nuovo stile musicale? Mah.
Il disco è stato scritto da diversi compositori-ombra (Sabrina Pistone, per citare la principale) su un cantato in inglese, che va tanto di moda e che fa più “cool”. E, oltre al singolo numero uno “Down, down, down”, anche una cover famosa, come di consueto all’interno della produzione di certi gruppi: quel rock ballabile portato al successo da Michael Sembello all’inizio degli anni ’80 (“Maniac”) e un brano composto dai famosi fratelli La Bionda (I’m ready this time”).
Un disco non-disco segno dei tempi: come le tute bianche, i prodotti transgenici e la chirurgia estetica.

(Valeria Rusconi)
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