«LOOK INTO THE EYEBALL - David Byrne» la recensione di Rockol

David Byrne - LOOK INTO THE EYEBALL - la recensione

Recensione del 18 mag 2001

La recensione

David Byrne sembra provare un sottile piacere nel mettersi alla frusta, nell’assaggiare il sapore dei contrasti, nel disegnare le combinazioni sulla carta più improbabili. Fin dai tempi di “Fear of music” e di “Remain in light” ha ricercato nel tribalismo e nella trance ritmica un’ancora di salvezza ai suoi tic metropolitani e alla sua natura di intellettuale introverso e problematico. Nella precedente prova solista, il controverso “Feelings”, aveva giocato con il cut up e il collage elettronico alla moda. E oggi il gusto per l’accostamento inusuale lo porta a mescolare tropicalismo e sezioni d’archi, ragione e sentimento, in quello che lui stesso definisce il disco più “romantico” (le virgolette sono d’obbligo) della sua carriera. Come avveniva in “Feelings”, la musica di Byrne abita anche questa volta in un mondo globalizzato, una regione virtuale sospesa tra New York e Mitteleuropa, Filadelfia e Rio De Janeiro. Altro punto di contatto con la prova precedente è il ricorso a musicisti ed arrangiatori diversi in funzione del colore e dell’impronta che l’ex-Talking Head ha desiderato imprimere a ciascuna di queste dodici miniature pop, immediate eppure spesso sfuggenti. Il catalogo messo in mostra da “Look into the eyeball” è dunque variegato, come ci si può attendere da uno stratega dello spiazzamento come Byrne: il contrasto dinamico tra gli archi e le percussioni (spettacolari) di Mauro Refosco dà tono a buona parte della raccolta, animando canzoni altrimenti non memorabili come “Smile” e “Everyone’s in love with you”. Lasciano il segno i violoncelli minacciosi, sottilmente inquieti di “The accident”, quasi un omaggio al Bernard Herrmann delle colonne sonore hitchcockiane, mentre “U.B Jesus” e “Broken Things”, ossute e nervose, riproducono un marchio di fabbrica sempre vincente. Altre tracce si fanno ricordare per dettagli non trascurabili: “Neighborhood” funziona come esplicito omaggio al Philly Sound anni ’70 (complice uno degli artefici originali di quel sound festoso e metropolitano, Thom Bell); “Walk on water”, nella sua trasparente semplicità pop, rammenta i sereni quadretti pop dei Talking Heads, periodo “Little creatures”; “The revolution” gioca la carta di un pregevole minimalismo acustico, “Like humans do” cerca di resuscitare il suono spiccio e radiofonico di “Miss America” mentre “Desconocido soy” (in lingua spagnola) approda sui binari afrocubani della vecchia “Loco de amor” (ricordate la sequenza iniziale di “Qualcosa di travolgente”?). Esercizi di contaminazione colta, talvolta eccitante, altrove capaci effettivamente di mettere a nudo l’anima inquieta e perennemente curiosa dell’artista. Che si mostra, però, più impacciato di quanto non apparisse alle prese con la materia inquieta e oscura che dava sostanza a dischi come “Uh-oh” o “David Byrne”. E se un appunto si può muovere, al Byrne romantico e intimista di “Look into the eyeball”, è di non avere scavato più a fondo, indugiando più sull’atmosfera che sulla sostanza del “racconto” (le canzoni, le melodie), non sempre all’altezza delle brillantissime sceneggiature architettate con la consueta perizia.

(Alfredo Marziano)

TRACKSLIST
“U.B. Jesus”
“The revolution”
“The great intoxication”
“Like humans do”
“Broken things”
“The accident”
“Desconocido soy”
“Neighborhood”
“Smile”
“The moment of conception”
“Walk on water”
“Everyone’s in love with you”
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