«REVELLING - RECKONING - Ani DiFranco» la recensione di Rockol

Ani DiFranco - REVELLING - RECKONING - la recensione

Recensione del 18 apr 2001

La recensione

Sentendo “Revelling/reckoning”, il nuovo torrenziale doppio album di Ani DiFranco, la domanda, direbbe qualcuno, sorge spontanea: 29 canzoni, oltre due ore di musica non sono un po’ eccessive?
Ani DiFranco, per questo, la si ama o la si odia: il suo stare fuori dalle regole, la sua sfrontatezza nello scrivere e pubblicare musica secondo le proprie urgenze e non quelle del music business la rende un personaggio unico. Un personaggio, per di più, in grado di riattualizzare nelle proprie canzoni la tradizione folk con contaminazioni punk, rock e jazz. “Revelling/reckoning” non sfugge alla regola, anzi, la estremizza. Segue “To the teeth” dopo un anno e mezzo (un tempo lunghissimo, per l’artista), e ripaga l’attesa con molto di più di quanto ci si potesse aspettare.
Il primo disco, “Revelling”, è decisamente più sperimentale, e segue le tracce della contaminazione “nera” già iniziata su “To the teeth”: uso di fiati (spesso quelli del grande Maceo Parker), ritmi funky, canzoni dalla struttura più complessa, come l’iniziale “Ain't that the way”. “Reckoning” invece è più ‘tradizionale’: prevalentemente acustico, è un disco di ballate, come la stupenda “Grey” o “Revelling”, in cui compare il trombettista jazz John Hassel. Insomma, un disco che mostra i due lati della medaglia: l’Ani DiFranco più innovatrice e quella più tradizionalista, alle prese principalmente con testi dal sapore intimista.
Ma, ci si chiedeva all’inizio, tutto questo non è troppo? Nel disco – che esce in una curatissima edizione in digipack e che, nella versione italiana pubblicata dalla S4, contiene anche le traduzioni dei testi – si alternano momenti alti (la maggior parte) a momenti di stanca, di calo di tensione. Momenti inevitabili, in un lavoro così lungo e complesso. E’ un disco che richiede attenzione, forse troppa e in questo sta il suo maggior limite: in così tanta musica ci si rischia di perdere, magari lasciandosi sfuggire le cose più belle. Ma Ani DiFranco è unica anche per la sua torrenziale irruenza, nel bene e nel male. Certo, un po’ di scelte in più non avrebbero fatto male a questo disco. Ma in tempi come questi, meglio abbondare che…

(Gianni Sibilla)
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