«THE NIGHTLY DISEASE - Madrugada» la recensione di Rockol

Madrugada - THE NIGHTLY DISEASE - la recensione

Recensione del 19 apr 2001

La recensione

I ragazzi della terra del sole di mezzanotte avevano fatto una promessa, e l’hanno, come era da aspettarsi, mantenuta. Il nuovo disco, dalla formula musicale e dalle trovate essenzialmente immutate rispetto al precedente “Industrial silence”, avvolge l’ascoltatore con un velo di malata tristezza e languide ombre; ancora più ansioso, cupo e riflessivo del suo predecessore. Ancora più rabbioso e tagliente di prima, dove la malinconia, che lotta per essere puro compiacimento fine a se stesso, viene invece combattuta. E l’arma è quasi sempre la chitarra, accarezzata, pizzicata, e poi percossa in un saliscendi di umori. Umore che comincia a cambiare veloce come il tempo nei paesi del Nord già sulla copertina: enigmatica e monocroma, sfumata con i colori indaco della notte su un viso di donna che ti guarda quasi volesse assorbirti nei suoi pensieri più intimi, invitandoti soltanto con le sue labbra mal dipinte di rosso. Già nella progettazione grafica del disco, ci si rende conto che nulla è lasciato al caso: “The nightly disease” (la malattia notturna), racchiude in queste poche parole tutta l’inquietudine che viene poi trasposta in musica dalla voce monocorde e profonda di Sivert Høyem e dagli echi sferzanti della chitarra di Robert Burås.
“Black Mambo”, marcia funebre al basso e alle percussioni che appaiono scomposte, apre le danze, quasi macabre, sussurrate dalle tenebre del mondo di Sivert, che chiude a chiave l’ascoltatore in una porta virtuale, nutrendolo soltanto di “liquore e amore”. Una porta che poi si spalanca su mille altri richiami – che certo avranno incessantemente inseguito Sivert e compagni come un segugio la sua preda – Nick Cave, Tindersticks, Doors e persino R.E.M.
Il tempo, è provato, influenza l’umore delle persone. E certamente, per chi è nato e cresciuto in un freddo paesino su una minuscola isola della Norvegia, la musica di sottofondo non può che far affogare nella mollezza della notte perenne e, le parole che accompagnano le giornate, recitare concetti minimalisti che si arrendono a se stessi: “Avevo un cane/ora è morto/l’ho sepolto nel terreno/con lenzuola avvolte al suo sonno rabbioso” (“Two black bones”).

(Valeria Rusconi)
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