«END IS FOREVER - Ataris» la recensione di Rockol

Ataris - END IS FOREVER - la recensione

Recensione del 31 mar 2001

La recensione

Non ci sono solo i Backstreet Boys o tutti gli altri campioni e campionesse del pop adolescenziale a soffrire e gioire per amore. Le stesse faccende danno ispirazione anche a tipi in apparenza completamente diversi come gli Ataris. Che saranno anche pappa e ciccia con i Vandals, i Descendents e Fat Mike dei NOFX, ma non hanno davvero preso granché dalla scena punk che li ha fatti crescere. Certo, i suoni sono quelli - classica formazione con due chitarre, basso e batteria -, ma tolta la vernice degli arrangiamenti, ci si ritrova davanti a canzoni da teenager, buone per una festicciola da liceali moderatamente “alternativi”. Nei testi, Kris Roe veste volentieri i panni dell’innamorato dal cuore spezzato che si strugge per il desiderio di tenere sul petto la mano dell’amata (in “Summer wind was always our song”, ad esempio). Potrebbe essere un adattamento di una Rita Pavone o di un Gianni Morandi d’annata, con qualche concessione alle maggiori libertà odierne (cioè, i protagonisti possono anche finire insieme in camera). Anche la musica non riesce a lasciare il segno né per aggressività (il pop-punk dei nostri è veramente all’acqua di rose) né per particolare estro melodico, che è sempre una qualità apprezzabile quando ci si muove sul terreno delle canzonette. Non c’è neanche il brivido di qualche ruvidezza strumentale: tutto è al posto giusto, un lavoretto davvero professionale. Si può salvare giusto qualche lampo spiritoso nei testi, come “You need a hug”, una presa in giro dell’atteggiamento duro e sconsolato dell’hardcore, con un ritornello che dice “La vita non è poi così male/ anche se Henry Rollins è il tuo papà”. Si può apprezzare lo sforzo per non cadere nella litania a base di “fuck” e “motherfucker”, cara a molti altri gruppi, ma “End is forever” è fondamentalmente un album vietato ai minori di 18 anni. A meno che non siate dei trentenni con pruriti giovanili, in stile “L’ultimo bacio”.

(Paolo Giovanazzi)
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