«DOG IN THE SAND - Frank Black» la recensione di Rockol

Frank Black - DOG IN THE SAND - la recensione

Recensione del 22 feb 2001

La recensione

Non deve essere molto facile continuare a suonare quando si ha un passato glorioso con cui dover fare continuamente i conti. Soprattutto, quando la gloria non ha portato con sé anche grandi fortune commerciali, quelle che ti sistemano per tutta la vita. Frank Black è in questa posizione. Entrato nella storia del rock fra anni '80 e '90 con i Pixies, band amatissima della scena indie del periodo (fan numero uno: Kurt Cobain, che non ha mai fatto mistero della sua devozione), non è più riuscito ad agganciare la popolarità di quel periodo, e ormai non si trova più da tempo nella posizione di "genio alternativo emergente". Insomma, non fa più parte dell'avanguardia, senza essere ancora diventato un classico. Però ha ancora voglia di scrivere e di registrare, per giunta con un piglio quasi da luddista, visto che insiste a evitare il più possibile sovraincisioni e trucchi di editing. Anzi, "Dog in the sand" rappresenta il grado zero di questa concezione, dato che è interamente suonato dal vivo in studio, senza per questo avere nulla a che spartire con le produzioni a bassa fedeltà care a molto rock statunitense recente. Black sembra in una fase di riavvicinamento alle cosiddette radici: già la vaga atmosfera country della copertina lo fa intuire, e lo confermano le chitarre slide e steel che fanno continuamente comparsa nei pezzi. Il rinnovato interesse per la tradizione però non sempre giova all'ispirazione, e se "St. Francis dam disaster" è una ballata convincente, troppo spesso Black si fa tradire dalla voglia di complicare eccessivamente la struttura delle canzoni, con effetto negativo su episodi potenzialmente pregevoli come "Hermaphroditos", che sembra suggerire che il leader e i suoi musicisti abbiano ascoltato parecchio i Rolling Stones di "Sticky fingers". Curiosamente, qualche eco di Jagger si sente nella voce di Black anche in "I've seen your picture". I fans di vecchia data saranno delusi forse di non ritrovare le vecchie bizzarrie nei testi, più orientati a uno stile da "storyteller", ma complessivamente non si può dire che questo sia un brutto album. Il suo unico problema è che, in materia di rivisitazione creativa della tradizione, c'è chi ha fatto cose migliori già da tempo, ad esempio Los Lobos ("Llano del rio" fa pensare proprio alla band chicana) e R.E.M.


(Paolo Giovanazzi)

TRACKLIST

01. Blast off
03. St. Francis dam disaster
04. Robert Onion
05. Stupid me
06. Bullet
11. If it takes all night
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