«BORN - Bond» la recensione di Rockol

Bond - BORN - la recensione

Recensione del 21 feb 2001

La recensione

Eccole, “le Spice Girls della classica” (che fantasia)! Si chiamano Bond, ma i loro veri nomi sono Eos, Tania, Haylie e Gay-yee. No, non sono quattro agenti segreti travestiti, ma quattro ragazze (due australiane e due inglesi) che potrebbero fare le modelle e invece, siccome sanno suonare degli strumenti, fanno le musiciste. La manager Mel Bush (già il nome è tutto un programma), alla ricerca di qualche “idea nuova”, si è inventato un quartetto d’archi “mozzafiato”. Ha reclutato quattro giovani musiciste classiche ben dotate sul piano fisico, ha insegnato loro un po’ di movenze da star, ha fornito delle basi dance ed ecco confezionato il nostro bel prodottino da classifica. L’album d’esordio “Born”, accompagnato da un servizio fotografico promozionale che ne mette in risalto gli argomenti non musicali e lanciato dal singolo “Victory”, ha proiettato le Bond verso le zone alte delle classifiche britanniche e ora l’Europa intera ne parla. Il disco parte abbastanza bene, con le impetuose suggestioni mediterranee della spagnoleggiante “Quixote”, per tranquillizzarsi subito con la melodica “Winter” e precipitare con il singolo “Victory” (ripetuto alla chiusura dell’album in una versione remixata). E via verso citazioni cameristiche e sprazzi di world music supportati da ritmiche disco e spruzzate di pop, tra Mo-zart e Mo-roder, tra Be-ethoven e Be-atles, tra Hae-ndel e He-via. Musica classica e pop si fondono nell’alchimia tra quartetto d’archi e ritmiche elettroniche, suoni sinfonici e campionamenti tecnologici. Un incontro fra passato e futuro offerto alla platea meno esigente, quella delle massaie in grado di filtrare con assoluta nonchalance svolazzi barocchi e drum machine che si confondono con il ronzio dell’aspirapolvere. Certo, le quattro ragazze sono carine (non necessariamente alle prese con violini, viola e violoncello), sculettano mentre pizzicano, ancheggiano mentre archeggiano... Ospiti perfette per qualche varietà della domenica pomeriggio, perfettamente in grado di far fronte senza timori sia al festival di cosce circostante che alla “Quinta”, non di Beethoven ma di reggiseno della Venier. Le “Symphonic Spice” sono arrivate e l’aria che le spinge è quella spostata da Ciaikovskij e colleghi che si rivoltano vorticosamente nella tomba.


(Diego Ancordi)
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